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TIROCINIO
Per
giorni il tempo è rimasto grigio e freddo e il Babbo non ha avuto la voglia o
la forza
di fare
altre chiacchierate. Stamani invece è spuntato un po' di sole ed è andato a
piedi al
Fosso a
trovare i suoi amici pastori, Mario e Brunalba. È tornato con in braccio un
gattino
bianco a strisce marroni, dal pelo morbidissimo.
TIZIANO:
Dov'è il gatto? Lo sai che secondo me è lì, sotto il mio scialle indiano, che
dorme al
caldo. Questo gattino è carino. Guardalo, FOLCO, guarda, è accanto ai miei
piedi, si
è infilato laggiù! Lì fa un caldo cane.
FOLCO: E
ancora piccolino, avrà bisogno di dormire tanto.
Il Babbo
accende una bacchetta d'incenso prima di cominciare.
TIZIANO:
Eravamo in America. Nel settembre del 1969 partimmo da New York in nave,
la
Leonardo da Vinci, e traversammo l'Atlantico, con te che eri appena nato, per
tornare
in
Italia. Lasciando l'America io ero deciso di continuare a cercare una via per
andare in
Cina come
giornalista. Siccome in Italia, anche se hai cinque lauree e conosci quaranta
lingue,
non puoi diventare giornalista senza fare un praticantato di diciotto mesi in
un
giornale,
io ebbi la grande fortuna di essere assunto come praticante a Il Giorno di
Milano,
che allora era il giornale più indipendente che ci fosse in Italia. Mi presentai
a
questo
giornale senza conoscerci nessuno, allo sbaraglio come al mio solito, ed entrai
nell'ufficio
del direttore, Italo Pietra.
Pietra,
un uomo molto particolare, dritto e severo, nella guerra era stato ufficiale
degli
alpini,
partigiano e anche spia degli italiani, e Mattei, il presidente dell'ENI che
possedeva
Il
Giorno, lo aveva messo a dirigere il giornale. Lo dirigeva molto bene. Era
l'uomo, tutto
sommato,
che era stato coinvolto con l'esecuzione di Mussolini, perché era stato lui
quello
che all'ultimo momento aveva mandato un gruppo di persone a catturare il Duce
prima che
quello riuscisse a scappare.
Dopo la
guerra Pietra si era molto occupato di petrolio. Questo lo devi capire,
FOLCO, se
no non capisci l'Italia: il mondo di allora era dominato da quelle che si
chiamavano
le Sette Sorelle, cioè il problema di oggi – l'Iraq, Bush, i petrolieri – c'è
sempre
stato. C'erano sette grandi compagnie petrolifere, tutte controllate
direttamente
dagli
americani, che dominavano il mercato del petrolio del mondo e non se lo
lasciavano
scappare.
E gli italiani, attraverso quel genio che era Enrico Mattei, cosa facevano?
Finanziavano
la guerriglia algerina contro i francesi per avere, dopo la guerra, accesso al
petrolio
dell'Algeria. Cosa che avvenne. L'Italia fu uno dei pochi paesi ad avere una
sua
fonte di
petrolio fuori dal controllo delle Sette Sorelle, ed è per questo che Mattei
poi morì
in un
misterioso incidente aereo. Come parte di quella sua grande manovra – sei sul
Mediterraneo,
sei sullo stivale puntato sull'Africa, Dio buono! stabilisci rapporti con
quelli
che saranno i padroni di questa regione: Gheddafi, Ben Bella, Nasser – Mattei
aveva
fondato un giornale con cui appoggiare questa causa.
Come
vedi, l'Italia era in mano a gente che era uscita dalla resistenza. Erano tutti
stati
partigiani,
avevano una lealtà reciproca enorme e avevano inventato un'interessante
politica
indipendente. Sì, gli italiani erano nella NATO con gli americani, però -pfft!
volevano
fare i loro interessi, non volevano essere servi degli americani. Era il tempo
della
decolonizzazione,
come ti ho già detto, e Pietra, che aveva forte il senso del Terzo Mondo,
dirigeva
bene questo suo giornale, facendone un giornale di battaglia, un giornale
intelligente,
aperto.
Durante
il nostro incontro avvenne allora una cosa buffa. Quando io scrivevo ancora
per
l'Astrolabio, c'era un editorialista bravo, molto bravo, che ogni settimana
scriveva un
editoriale
intelligente, molto di sinistra, e si firmava Aladino. Bene, quando entrai
nell'ufficio
di Pietra, Pietra mi salutò molto freddamente. Io, subito a vendermi, dissi
“Be',
sono
Tiziano Terzani, ho fatto questi studi...” e un vecchio che stava lì si alzò e
disse “Tu
sei
Tiziano Terzani? Io sono Aladino!” Allora ci fu questo abbraccio stupendo con
quel
vecchio.
In qualche modo Pietra, che non è che leggesse l'Astrolabio, rimase confuso,
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ammirato
di quel vecchio che ammirava me, e mi assunse sui due piedi, mi dette un
lavoro.
Aladino,
il cui vero nome era Umberto Segre, era un uomo stupendo, ebreo, che morì
poco dopo
e io ereditai la sua penna e il suo posto nella redazione del Giorno.
E lì
comincia il mio rapporto di grande ammirazione per Bernardo Valli. Valli è un
uomo
meraviglioso, con una storia di coraggio e di avventure, romantica. Lo sai, io
scrivevo
i miei pezzulli da New York da tavolino, ma lui ha vissuto la decolonizzazione
in
prima
persona, è stato in tutti quei paesi. Andava sul posto, mandava i telegrammi, e
uno dei
miei primi lavori al giornale fu di riscrivere Valli. Era morto Nasser, il capo
di un
Egitto
nazionalista, indipendente, che nel 1956 aveva chiuso il canale di Suez per
nazionalizzarlo
e toglierlo agli inglesi. Valli era al Cairo per i funerali, ma non poteva
mandare
il pezzo come si farebbe oggi, e neppure riusciva a mandarlo con la
telescrivente.
Lo mandava per telegramma. Tu non hai conosciuto i vecchi telegrammi.
Arrivavano
dei grandi fogli verdi su cui era incollata la banda che usciva dalle
macchinette
e che diceva: MARTEDÌ STOP NASSER MORTO ORE DODICI STOP
GRANDE FUNERALE
STOP MILIONI DI PERSONE STOP... Così, capito? Si trattava di
fare di
questo un articolo, e siccome io ero uno dei meglio lì, il mio capo affidava a
me
questi
importanti compiti. E io riscrivevo Valli.
FOLCO:
Lui mandava solo i fatti?
TIZIANO:
Lui mandava i telegrammi e io dai telegrammi dovevo fare il pezzo di Valli.
Così ho
conosciuto Valli. Poi bello, tutto sgargiante, è venuto in redazione a
conoscermi
ed è nata
questa grande amicizia e anche la mia grande, profonda ammirazione per lui.
Perché
l'uomo è coraggioso, bravo, preciso, e il pezzo arrivava quando doveva
arrivare. La
redazione,
sai, deve mettere in pagina gli articoli. Alle nove il giornale deve chiudere e
non vuoi
sapere che all'inviato gli sparano addosso, te ne freghi. Alle nove il pezzo
deve
andare in
macchina se no il giornale ha un vuoto. Questo è stato il mio lavoro per un
anno e
mezzo.
L'altro
grande era Giorgio Bocca. Tutti i grandi di quel tempo lavoravano al Giorno.
Bocca,
Pansa, Valli e tanta, tanta gente brava, per cui io mi trovavo in mezzo a
persone
che
conoscevano bene il loro mestiere. E lì ho potuto ricredermi dell'idea di
quando avevo
sedici
anni che i giornalisti erano mezzecalzette fallite. Valli non ha mai preso una
laurea
in vita
sua ma, porca puttana, non è certo un fallito nella vita!
FOLCO: Te
la ricordi bene la storia di quel tempo...
TIZIANO:
Folco, se tutto quello che ho detto o che dirò dovesse comparire in stampa,
devi
assolutamente controllare i dettagli. Perché basta un dettaglio sbagliato e
tutto
perde la
sua credibilità. Allora tu devi avere da un lato uno schema cronologico degli
anni di
cui ti parlo e devi confrontare le cose che ti dico con quello schema, perché
anche
la mia
memoria cede. Ti ho detto, per esempio, di aver fatto un pezzo dei telegrammi
di
Bernardo.
Ho detto che era il funerale di Nasser. Controlla, perché magari era il
funerale
di Sadat.
Tu sai che avveniva nel 1970, perché io ero a Milano dal '69 al '71. Vai nella
Enciclopedia
Britannica che hai nel tuo computer, digiti Nasser e vedi quando è morto,
perché
può darsi che non è giusto. Un errore così toglie credibilità a 300 pagine. Se
vuoi
essere
preso sul serio devi sempre fare questo controllo. Sempre.
FOLCO:
Questo è il giornalismo?
TIZIANO:
Questo è il vero giornalismo.
FOLCO: È
una vera disciplina. Tu fai questo?
TIZIANO:
Per tutta la vita ho fatto questo.
FOLCO: Ma
hai una memoria abbastanza buona, no?
TIZIANO:
No, pessima. Questo è un fatto importantissimo, ricordatelo. Ci vuole tempo
e ci
vogliono un gran buon senso e una tua cultura indipendente per sapere cos'è
vero.
Se no
prendi tutto per oro colato.
Il Babbo
accarezza il gattino. Guardalo lui, Folco, se non è una gioia! Il simbolo della
pace. Non
è carino? Ha trovato proprio il posto giusto. Hanno un istinto...
FOLCO: Eh
sì, quando si sveglia bisognerà dargli una ciotolina di latte.
Alla fine
facesti l'esame per diventare giornalista.
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TIZIANO:
E qui è dove tuo padre è un uomo pazzo. Finiti i diciotto mesi di praticantato
c'era
d'andare a Roma a fare un esame di Stato, chiusi in uno scantinato senza poter
uscire.
Davano un tema e bisognava farne un pezzo. Poi, anonimo, lo mettevi in una
busta e
seguiva l'esame orale.
Feci un
ottimo pezzo per cui quando mi chiamarono all'orale il capo della commissione,
che era
un fascista, tale R., merdaiolo, disse “Ah, lei si vanta?
Lei ha
fatto uno dei migliori temi, ma lei è un intellettuale di quelli che non
sapranno
mai fare
il giornalista. Se lei deve andare a Malta, cosa mette nella valigia?” E io
dissi
“Senta”,
gli risposi malissimo. “Se vogliamo parlare di giornalismo, ne parliamo. Se
invece
lei trova
delle scuse per inchiappettarmi, per non farmi passare, faccia lei.” Insomma,
litigammo.
Mi potevano bocciare, così non diventavo giornalista. Invece c'erano altri
membri
della commissione, il pezzo era troppo fatto bene, passai ed ebbi il mio
tesserino
di
giornalista professionista.
Dopo
questo, andai da Pietra e dissi “Direttore...” Mi è indimenticabile quella
scena.
Pensa, tu
avevi appena due anni, c'era già Saskia che aveva pochi mesi, stavamo in un
appartamento
in corso Magenta a Milano. Era nel mese di ottobre o novembre,
“Direttore”,
dissi, “io non ci sto bene in un giornale. Voglio andare a fare il
corrispondente
in Cina.”
E lui, un
po' scherzando, un po' sul serio, rispose “Questo giornale non ha bisogno di
corrispondenti.
L'unico posto libero è a Brescia. Ci starai coi piedi nel fango e la testa
legata a
una stellina”.
Insomma,
voleva dire che non c'era posto per me.
Presi la
liquidazione, che siccome avevo lavorato per diciotto mesi consisteva nel mio
ultimo
stipendio più uno stipendio e mezzo, e con quella e un lenzuolo cucitomi a
sacco
dalla
Mamma, perché potessi dormire dagli amici, feci il giro d'Europa. Andai da
tutti i
grandi
giornali. Andai a Parigi da L'Express e Le Monde, andai a Manchester a
incontrare
Jonathan
Steele del Manchester Guardian. Finalmente, la storia la conosci, vado ad
Amburgo
da Der Spiegel. Dico che mi stabilirò in Asia e – ta-ta-ta – mi assumono con un
contratto
da collaboratore. “Vai, scrivi, noi ti garantiamo 1500 marchi al mese.”
FOLCO: E
questa è la storia che ti mette sulla tua strada.
TIZIANO:
L'altra storia è quella del mio rapporto, grazie a Corrado Stajano, con
quell'uomo
meraviglioso che era Raffaele Mattioli. Te ne ho mai parlato? E una delle più
belle
storie della mia vita.
Sempre
nel panorama di un'Italia profondamente libera, creativa e intelligente – ed è
disperante
oggi vedere che è scomparsa – c'erano delle istituzioni che sotto il fascismo
avevano
mantenuto una loro indipendente dignità. Non la FIAT, che per questo noi
odiavamo,
ma l'Olivetti. Un'altra era la Banca Commerciale Italiana, con sede in piazza
della
Scala, la più bella piazza di Milano, presieduta da un uomo coltissimo,
intelligente,
coraggioso,
che si chiamava Raffaele Mattioli. Al tempo del fascismo Mattioli aveva dato
lavoro, e
con ciò rifugio e con ciò protezione, a decine di intellettuali italiani fra
cui il
vecchio
La Malfa, tanti economisti, politologi, giovani e intellettuali. Lui li
prendeva in
banca, la
banca era la banca italiana e lui godeva di grande prestigio.
Ai miei
tempi Mattioli, che dirigeva la Banca da forse trent'anni ed era ormai
un'istituzione,
aveva deciso giustissimamente di portare la Banca in Asia. Si trattava
solo,
diceva lui, di decidere dove mettere la sede. Allora Corrado, che lo conosceva
bene e
mi ha
molto protetto, gli disse “Ah, ma c'è questo mio amico che torna dagli Stati
Uniti
dove ha
studiato la Cina. Perché non ci parla?”
E qui
cominciò una stupenda, segreta, romantica serie di incontri con quel vecchio.
Io
lasciavo
il giornale di solito alle nove di sera, quando la Banca era chiusa, entravo da
una porta
secondaria – i portieri mi conoscevano – facevo i lunghi corridoi con la
moquette
rossa ed entravo in una stanza tappezzata di libri dove, sotto una lucina,
c'era
questo
vecchio, ironico, che fin dalla mattina era stato lì, a lavorare.
La prima
volta che mi incontrò parlò poco. Mi mise in mano un nezuké giapponese e
disse
“Questo è cinese, vero?” E io dissi “No, questo è un nezuké giapponese e serve
per
chiudere
la scarsella”. Raccontai cos'era un nezuké. Mi aveva messo alla prova! Sai i
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