sabato 14 dicembre 2013

LA FINE E’IL MIO INIZIO GIOVENTÙ Libero Ciociola

                                                                                                                                                                       GIOVENTÙ
       Il registratore funziona, perciò Stai a sentire la mia voce che con molta comodità ho scritto prima di questo sentito eco che sapevo bene!  La materia scopiazzata. Sono nato in un piccolo paese Monte S. Angelo FOGGIA=, in casa, come usava a quei tempi. Non ricordo come sono nato io, ma alcuni anni dopo vidi in parte come nacque mio cugino e credo che anch'io sono nato così. Era stupendo. Venivano tutte le donne della famiglia. Mia madre me la immagino nel letto matrimoniale, dov'è poi, ha partorito altri cinque figli anche una femminuccia. In famiglia siamo sette figli sei sono maschi, e mi ha fatto lì. Le donne bollivano l’acqua, a bagnomaria. Etimologia: dal nome dell’alchimia Maria l’Ebrea sorella di Mosè
Voglio ricordare per non dimenticare quell’acqua della piscina così era chiamata in casa da tutti noi e per la gente di paese era la stessa medesima cosa. In quel tempo i miei genitori non avevamo il rubinetto non c0era fogna e acqua scorrevole in tutti i quartieri. Solo dopo gli anni 70 abbiamo potuto fare quell’esperienza che, come la simile non era sbagliata tutta si doveva bollire come tutte le altre acque piovane. Bollita, diventava distillata. Con questa il neonato era lavato. Sono nato così, semplicemente. C'erano una levatrice, credo. Fu subita questa vicina di casa che è stata poi una costante, compara ora scomparsa e senza pensarci due volte mi hanno come di solito fanno i compari in tutte le famiglie. Sono nato in questo quartiere cui sono legati tutti i miei ricordi d'infanzia. Era un mondo piccolo, limitato.   Era ancora tirato dai cavalli all'inizio e, infatti, mio nonno Vito padre del mio che mi ha sacrificato la vita, fu uno dei lavori a pulire le strade lo spazzino. Casa nostra era molto semplice. Si entrava da una piccola porta... e tutto quello di come si diceva a quel tempo, c'era una stanza di passo: si entrava e si era on piani terra già in casa. C'era una cucina in cui si mangiava e una camera in cui dormivamo tutta la famiglia. Io dormivo con mamma e papà e mio fratello Vito in un lettino chiamata navicula era accanto al letto matrimoniale dei miei genitori, dove appunto ero nato. Era un mondo particolarissimo al quale ricorro come al senso del limitato, del familiare. Pensa che in questa casa che ti ha descritto la roba, era stata comprata per il matrimonio dei miei genitori nel 1936. Non va dimenticato che i miei genitori erano poveri, poverissimi. Nessun viaggio di nozze. La casa era attrezzata come si usava a quei tempi. Ci si sposava quando si aveva il corredo. E il corredo consisteva nel letto, un armadio in cui si teneva la roba, tutta ordinata – ricordo sempre quell'odore dello spigo e delle saponette che mia madre metteva fra i lenzuoli la naftalina – e c'era un cassettone che nella mia vita rappresentava una specie di gioia e di dolore. Perché quando mio padre finiva il mese e raccoglieva i soldi che avevano guadagnato e li divideva con il suo socio, questi soldi erano messi nel cassettone fra i lenzuoli. Nessuno aveva il conto in banca. E mi ricordo sempre che quando il mese incominciava a essere al quindici, al diciassette, al venti, c'era questa cerimonia di andare a vedere – io di segreto, mia madre una po' meno segretamente – quanti soldi erano rimasti fra i lenzuoli. Non ce n'erano mai abbastanza e alla fine del mese, spesso, non avevamo i soldi per mangiare. Era un mondo semplice.  Si scaldava l'acqua sul gas, si metteva nella tinozza ed io ero lavato con il sapone. Dopo di me si lavava mia madre e per ultimo si lavava mio padre. Io e mia madre andavamo a messa. Mio padre un ci metteva piede in chiesa!  Per il resto la casa non aveva niente di quello cui oggi siamo abituati. Non c'era la radio né tanto meno la televisione che esisteva, ma non tutti potevano permetterselo. Ricordo che i miei genitori hanno venduto la casa prendendo un paio di centinaia di mila lire e si comprò la TV: perché non l’avevamo ancora.
In ogni caso, la radio era una cosa che, insomma, avevano più persone nelle case. La gente ascoltava la voce che era trasmessa al festival di Sanremo e poi tutti i giorni la classifica…ma noi non avevamo i soldi per comprare la radio. E non avevamo certamente il telefono. Tutto venne a suo tempo. Ora che ci penso, avevo certamente più di dieci anni quando i miei genitori comprarono la televisione. Mio nonno che abitava nella casa comprato dal figlio Giuseppe padre di questo sfortunatissimo pezzo di carne malato con anima sofferta racconta, la storia. Eravamo deboli, si mangiava poco, avevo preso le patite e senza peccare pensavo spesso a mia madre che in quel periodo entrava spesso in clinica. Ospedale di Manfredonia, o San Giovanni Rotondo. Una volta uscita non aveva la forza di guardarmi in salute. Mi curava il nonno che spesso mi portava in cantina a prendere un bicchiere di canto e per lui c’era sempre una bottiglia, il vino per dimenticare la tristezza e il dolore della perdita moglie. Sì sposò due volte e fece un figlio per la prima e altri due con l’ultima moglie. Mi ammalavo spesso e dovevo stare in letto. Mio padre, che era un uomo scaltro ma meraviglioso nello stesso tempo che racconto i tanti punti di vista. Papà faceva la taglia legna e sapeva cuocere i carboni e carbonella tanto che imparò a fare anche il commerciante. Uomo intelligente sapeva quello che voleva e ci riusciva sempre nei suoi intenti. Mi picchiava spesso perché non mi attenevo alle sue regole. Facendo vita sregolata, ma molto tempo è passato. Per ricordarmi i passaggi. Uno in particolare trovò una pistola da guerra e nel fargliela vedere mi legò per tre giorni in casa perché aveva pensato che voletti spararlo per via dell’attrito che stava tra noi perché imminente. Stavo sempre fuori di casa a trovare alluminio ferro e rame da vendere allo stacciaio in Quitatami.  Mio padre anche se continuava a lavorare nei boschi mise un negozio di merceria a mia madre. Quale donna lavorava quotidianamente nel proprio negozio di merceria; che si trovava dentro la casa dove si mangiava dormiva e si facevano le faccende di casa. So bene com'era fatta e ricordo che iniziammo con una piccola struttura, ma poi ce ne furono due divise una per il bisogno e faccende di casa e l’altra adibita al negozio. La radio e la televisione furono il primo simbolo del lusso nella mia famiglia. Quello che voglio che tu capisca era questo mondo in cui io sono cresciuto: una strada sulla quale non c'era alcun traffico, su cui passava solo gli asini e cavali bestie da somari e qualche cane bastardo che di notte rovistava intorno al quartiere. Non c’era la fogna e neppure passava la macchina davanti alle case. Solo cavalli, che subito dopo l’elezione comunale percorse alla meglio poiché fu aggiustata la strada. Mettendo il tappeto in cemento. Per dare l'opportunità, a tutti i venditori e malati. Di passare con la macchina. Una vera conquista che meraviglia tutti contenti e felice. perché passava la macchina vicino il pizzo d’ogni casa non c’era più la guerra per andare a buttare il necessario “U RU’UAGNE in vernacolo Montanaro si chiamava così la latrina. La merda del nostro quartiere si faceva a oro perché una volta che si svuotava la latrina nel tappatone o sotto il cielo-esterno. Poi una volta che andava a motore a scoppio a elettricità si svuotava proprio davanti a casa mia la latrina. Di questo spettacolo notturno non c’era solo la puzza o i richiami dei vicini di casa che si chiamavano per nome a ricordare che avevano svuotato la latrina nella botta sopra il camioncino che come affermato ormai ci stavamo civilizzando. Passava di tutto davanti alla porta d’ogni residente e questo faceva di noi il sonno che toccavo a ognuno di sognare. Vale a ricordare qualcosa di prima. In ogni caso quelli che non avevano ancora la strada cementata a tappeto di come si vede oggi la asfaltano con il catrame. Così anche la televisione e, c’impigliava il senso delle onde vale a ricordare la frequenza. Delle quali nell’ora del carosello, dietro i vetri in piedi, qualcuno più vicino alla padrona di casa si sedeva e guardavano tutti i ragazzi come noi, in tanto che i bambini ancora giocavano a nascondino o a zoppino sul lastrico della strada. Comunque, quello era il mio mondo, in altre parole questo era un marchio che ci rimase a noi ragazzi e lo porteremo nei ricordi per tutta la vita. Non posso dimenticare certi passaggi di quel tempo c'era un grande senso di solidarietà, di aiutarsi a vicenda. Dico, se si andava a comprare il pane e non si avevano i soldi ti facevano credito, anzi, credo che nessuno pagasse se non quando riscuoteva all'inizio del mese. Ognuno aveva un quaderno su cui il bottegaio scriveva. “Tre chili di farina”. Oggi no si fa più ma con i tempi che corrono, vai a vedere che succederà di nuovo in paese come si faceva dalla Salere, saettone o pizzi-lino negozi del mio quartiere zona sotto Carmine. Noi abitavamo in Via Cunetta, dove i genitori esercitavano dentro la casa di residenza il commercio e quindi anche da Mamma facevano scrivere sul quaderno.  In altre parole, l'onestà era importantissima. Incredibile come bisognava essere onesti con i soldi. Se la Salere, che vendeva il pane, ti restituiva, sbagliando, 10 lire in più, tu gliela dovevi riportare. Questo è qualcosa che è quasi inconcepibile oggi, ma così erano le regole di quel tempo. Io sono cresciuto in questo mondo limitatissimo. Per me Monte S. Angelo era un posto lontano di questo mondo che viviamo oggi e non menziono nessuna città perché è diventata tutte uguali le persone che ci vivono o quasi perché trovi sempre un po’ di gente onesta, anche se rara c’è e di questo sono convinto. Di queste come le altre simili storie gli hanno già vissuto, spero nel modo più semplice e migliore che si sentano a giorni nostri.
    Una volta persi cinquecento lire – perché anch'io ero un ragazzo e in casa tiravo a rubare ma quando è successo che veramente persi il resto della spesa fatta, la mamma mi picchiò, Dio sa che era vera ma tua nonna Angela non mi volle credere e così pagai con le botte la mia disattenzione. Furono tante che le ricordo ancora oggi nella vergogna di averli persi no! Di quelli che rubavo quotidianamente nel bancone della vendita. Io smontavo tutto per arrivare al cassetto dove metteva i soldi dei clienti che venivano a comprare il reggiseno filo ago e quant’altro a cominciare dal detersivo alla bombola di gas e cc. Una vera frustrazione che mi porto ancora addosso e così. Fino a quando un giorno mio padre vide volare tante farfalline in denaro di carta che mi prese quasi per impiccarmi. Una vecchietta che ora e nel mondo della verità lo fermò dicendo. Ringrazialo che ti ha fatto trovare i soldi e non gli ha speso nelle cose sfarzose come fanno tanti ragazzini quando hanno il denaro tra le mani. Ringrazialo e perdonalo dicendolo di non farlo più e che si punisca pentendosi amaramente e veramente di quello che ha fatto. Altro che pentirmi erano dolori ma poi tutto si è aggiustato perché dolori e sofferenza in casa ne ha dato tanto alla famiglia e alla gente poca. Mia madre era veramente protettiva e in verità devo confessare che dopo è stata tutta una gran fuga dalla famiglia. Mio padre era diverso, severo. C'è una cosa che volevo aggiungere ed è l'origine della mia famiglia, il posto da dove viene. Soprattutto se pensi a me, Il senso di nonno Giuseppe con Angela Maria vergine donna di Monte S. Angelo il nome Antonio marito di Giuseppina Ricucci. Antonio Armillotta papà di mamma- nonna tua... Angela- entrambi di Monte S.Angelo. Loro vengono da questo mio paese natale anche Libera Giordana madre di mio padre. Vito Tomaiuolo marito di questa seconda moglie è il nonno paterno di papà tuo!
    Mio padre, Giuseppe, diventò commerciante ma faceva la taglia legna e lavorava anche nell’industria e per un po’ di tempo faceva anche il trasfertista. Un giorno mi venne a trovare nel paese dove io ero a lavorare a Milano era il 1083- (ROH). Lui stava a Piacenza e per giunta in una situazione disapprovavo ma mi venne a trovare senza alcuna esitazione. A Milano mi ha portato il compare – Michelangelo- allora solo amico di paese poi si strinse questa bellissima famigliarità. Il giorno che arrivò a Milano papà e l’amico suo che a ricordare erano entrambi di Monte S. Angelo e trovandosi insieme a lavorare a Piacenza si accordò piacevolmente con mio padre e venne anche lui a stare il sabato e metà domenica nel tardo pomeriggio ripartirono. Fece la quinta elementare, credo, e cominciò a lavorare giovanissimo.  Lui conobbe Michelangelo, Giuseppe persone che dormiva con me nella pensione dove abbiamo ospitato papà e l’amico. Non ti dico i russi russava tanto che noi per farli fermare fischiavamo tanto che non volevano uscire il sole della domenica versi da ridere ma con molto nervosismo perché la stanchezza non passava perché non ci permisero di riposare per niente quel sabato notte.
    Mia madre non era molto istruita ma era intelligente. Portava avanti il negozio con molto guadagno clientela senza pregiudizi quando stava nonno Giuseppe. Angela invece con mio padre le cose diversamente era limitata, la clientela avevano pregiudizi su mio padre e si attaccavano che era meglio se non si faceva vedere nel negozio altrimenti, dovevamo chiudere ma a mio padre importava ma volle insistere a lavorare in casa quando non aveva da lavorare fuori.
    Mia madre era portatrice di tutte le bischerate dei poveri che aspirano a diventare un po' più ricchi. Insomma, le storie che tu hai sentito sono stupende, no? Lei si vantava che suo padre, il mio nonno Antonio, faceva il campagnolo.. Lavorava la sua campagna e aveva l’asina che partorì l’asinello e il latte era molto buono. Ogni mattina quando stava a fermarsi in paese. la notte e, doveva ripartire per il bosco. Mi davano questo latte per non farmi piangere a singhiozzo perché volevo andare con lui Il nonno sempre a cavallo l’asinello.  Questa era l'educazione che mi è stata data. E non c'erano cristi. Io, di nuovo ribelle, ricordo che mi sono preso uno schiaffo una volta perché mi nascosi non volevo sapere ragioni costavano anche il ceffone dovevo provare e andare dietro l’asina di nonno per arrivare anch’io in campagna. Mi piaceva tanto sapere che ci sarei riuscito, ma non è stato così. No. Fin da piccolo tutti hanno capito che non era di quella furbizia tale da farla franco come lo esprimono le bande dei paesi nostri. Di fato, mi ricordo anche che c'erano allusioni della mamma non mica stronza lei, che in fondo, chi lo sa se ero veramente portato a fare il furbo? Scherzava ovviamente, ma si vedeva che non era dei loro astuti e scaltri come la dolce colomba ossimoro e, non era il mio status d’intelligenza. Avevo sempre in testa che dovevo scapparne da casa perché avevo ben altre idee e modo di vedere le cose del mondo.  Così ho passato i primi anni della mia vita. Con questi traumi, e, grandi emozioni, tranne quelle che non ci sono mai state per negligenza mia, ma ero piccole. I cinque anni della scuola elementare li ha scalati all’origine S. Sant’Angelo nella scuola Tancredi. Giocavo molto e studiavo poco, ma la matematica era la materia che più mi piaceva e parlo facendo i conti con la mia ignoranza che oggi mi trovo ad affrontare temi scritti in forma anacoluto, sì ma nemmeno poi tanto. Ero bravo nella poesia e canti che ero spesso preso per partecipare a canti e balli e oggi mi ritrovo di belle memorie senza conteggiare la mia impreparazione scolastica perciò non ero sempre il primo, ma neppure l’ultimo della classe. Sai, lì nella classe mia erano tutti figli di operai. In prima e seconda media, avevo ormai dodici anni, c'è Formicone che gioca un ruolo caratteristico per me. Tu mi chiedi: Chi è Formicone, un professore? Io ti rispondo: Il mio professore di musica preferito era Formicone. Era bello studiare la musica, ma era più divertente sfotterlo. Alle medie era così in tutte le classi questo mio preferito professore si faceva sfottere da tutti e a volte si arrabbiava ma infondo li piaceva essere coinvolti nella risata generale di una battuta fatta dal musicista anziché dal comico di turno che si consumava nella sera dei caroselli. Scrivevo pensieri che a volte lui lo intonava e faceva cantare a tutti gli alunni specialmente nel periodo natalizio con la neve che scendeva a fiocchi, leggermente cadeva nella poesia e canti spirituali in vernacolo montanaro. Temi di cui ora ricordo, ma non gli scrivo. Per vanto di lui che diceva, l'ho visto, fin dal primo momento. Quale potevi fare i conti con gli scrittori improvvisati come me e. Che da sempre fa la strampalata figura degli autori! Sempliciotti come me ed è quello che ha cinquantasette anni, mi scrivo ancora fantasia e realtà veramente vissute con garbo e rispetto per la letteratura italiana e mondiale. Un altro giro di pensiero vuoto d’idea fulminante che con una minima pazzia lo scrivo a ricordi di Formicone. “Caro Professore se, non fosse stato per Lei... non avrei mai scritto questo pensiero che, mi ha fatto perdere tempo. Spero senza aver fatto del male a nessun tocca l’infelicità e come punto credo si possa fare un quaderno pieno di sfavillate parole con o senza senso, leggiamolo come un libro strappato è importante per me richiamare lo spirito del bon anima, il professore é morto, un bel po’ d’anni fa. I miei genitori. T'immagini mia madre e mio padre che è chiamato dal professor Formicone.  alla Scuola Media “SOTTO SANT’ANTONIO, nella stupenda struttura di fronte la chiesa degli Evangelisti accanto all’orticello della buon’anima di Zia Amedea in Ciociola ponte Che si capisce se scrivo che il Marito Stefano è arrivato in cielo prima della zia e i cugini di mia madre loro figli Michele e Libero Ciociola. Non capisco da dove viene quest’interesse a scrivere la scomparsa di chi già è ridotto in polvere. Le mie passioni del tempo? Le donne,  queste femminucce che non si vedevano nemmeno, né alle elementari né alla scuola media. Invece, appena lascio le scuole, in quello stupendo palazzo, vedo
nell’occasione di facendo visita a un amico assai più piccino di me! Persona che mi raccontava tutto del momento disse: che nel primo banco c'è una bionda per l’amico e lui. -bumm! subito accanto. Fu la sua fidanzata per tre anni. Si chiamava Rosa. Si sono dovuti proprio fidanzare: Sì, in casa.
    Dopo, sarà passato un mese e mezzo, e già i primi screzi ci facemmo che subito dopo sì lasciarono: Sai, i loro genitori continuavano nella loro piccola vita,  a volte, litigavano nelle stanze stupende della biblioteca del paese, alla madre piaceva e diceva “Che hanno fatto
oggi i fannulloni? la madre s'incazzava perché gli amici di lui gli davano a voce alta “fannullone”
Ci fermiamo: Quante storie che non ho mai sentito! Buffo, è come se prima non avessimo
mai avuto il tempo di parlarne. interessante vorrei farti capire, quale era la cultura di quel tempo,
quali erano i valori della gente come i miei. Valori semplicissimi, ma valori molto forti.
L'onestà. Poi quel senso della dignità. Si va dagli altri che hanno i soldi ma non si
mangia, si dice “Ho già mangiato, grazie”. Sai, ti dà forza questo, ti mette i paletti. Ci si veste bene. Non si va dagli altri se non si è presentabili, se no ti coglionano. Sei povero e sei debole e ti coglionano anche? Ah no! Sono elegante come te. E non mangio la tua pappa, ho già mangiato. L'altro grande valore è la famiglia. In verità, quella visita ogni sera del comparo rompicoglioni faceva parte del teatro. La famiglia c'era sempre. Si poteva contare sulla famiglia. I miei sono cresciuti con questi valori e in qualche modo me li hanno passati.


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