sabato 14 dicembre 2013

45 FOLCO:

45
FOLCO: Questa guerra, come è incominciata per te? Cos'è la prima cosa che ti è
successa?
TIZIANO: Madonna, terribile se te lo racconto. Terribile! Buffo, io ero un signorino
perbene... Il giorno in cui sono arrivato a Saigon c'era un'offensiva poco lontano, sulla
Strada 13. Partivano tutti. La mattina si faceva colazione all'Hotel Continental e poi, con i
taxi, tutti andavano alla guerra. Ero al tavolo con un giovane giornalista inglese e gli ho
detto “Vuoi dividere un taxi con me?” “Volentieri.” Siamo partiti per Chon Than. Appena
usciti dal taxi ci hanno sparato addosso. Ho sentito la prima pallottola fischiarmi a, che
so, cinque centimetri dall'orecchio -psss! Uno shock, uno shock! Ma subito mi sono reso
conto che così non avrei capito niente. Perché qual era il mio desiderio istintivo? Che
arrivassero i B-52 americani e li ammazzassero tutti, quelli che mi sparavano addosso! E
questo senso del “noi” mi divideva da loro.
Io volevo capire la guerra. Certo, la volevo anche vedere perché volevo descriverla, ma
mi resi conto che questi che sparavano da una fila di palme, a me che mi ero buttato con
la testa in un fosso per ripararmi, erano subito diventati i miei “nemici”. Ma lo erano, i
miei nemici? No. Avessi continuato così per tutta la guerra non l'avrei mai capita.
E chi erano questi che mi sparavano addosso?
Quel primo giorno avevo una fifa, Madonna! Lo dico sempre, il coraggio è il
superamento della paura. Io non andavo a cuor leggero, mi costringevo ad andare al
fronte. Avevo una paura cane ma mi dovevo fare forza, dovevo vedere. Poi c'erano giorni
in cui partivo per il fronte e avevo l'ossessione che ci fosse già, nel fucile di uno che stava
camminando in una risaia, una pallottola destinata a me. Strano, no, questo incubo che
ci sia una pallottola destinata a te?
FOLCO: Si vede che non c'era. Lì però, tu che fino allora avevi studiato sui libri hai
visto per la prima volta la violenza, i morti.
TIZIANO: Sai, andavi a contare i morti, i cadaveri lungo la strada. E di nuovo questo
senso di alienazione. Gli unici vietcong che vedevo erano quelli morti, riversi nei fossati,
gonfi, puzzolenti.
FOLCO: A te, questa guerra cosa ti diceva?
TIZIANO: Ero pronto, ero pronto per tutta la mia formazione che ti ho spiegato a
schierarmi contro le ingiustizie. E lì erano così evidenti, erano davanti agli occhi di tutti,
così ovvie! Andavi nelle belle campagne vietnamite, semplici, con le belle risaie verdi, i
contadini vestiti di nero con un cappellino di paglia; vedevi le loro case di paglia e legno
sulla terra battuta; e poi vedevi la guerra che arrivava, i carri armati.
Quel che mi impressionò era la contraddizione tra quella società antica, semplice, e la
modernità che la guerra le imponeva. Le armi, i carri armati, le bombe non c'entravano
niente, proprio non c'entravano niente.
FOLCO: E tu scrivevi di questo?
TIZIANO: Io questa guerra l'ho coperta avendo una grande simpatia per i vietcong, non
ci sono dubbi. Ma d'altro canto chiunque avesse il cuore a sinistra – a sinistra nel senso,
dico, naturale – come poteva aver simpatia per gli americani? Ma cosa c'entravano?! Lì
c'era un popolo di scalzacani, con le pezze al culo, con i berretti di paglia, con dei piccoli
fucili che sparavano contro questa macchina infernale di morte. Non potevi che odiare gli
altri, Folco. Se tu hai mai visto un bombardamento a tappeto dei B-52 da vicino, come è
capitato alcune volte a me, e pensi che laggiù ci sono contadini nei villaggi o anche
soldati trincerati in buche scavate a mano e coperte con tronchi di palme di cocco, non
hai simpatia per quelli che da migliaia di metri di altezza pigiano un bottone e sganciano
le bombe o – cosa spaventosa – il napalm. Erano spaventosi e orribili questi
bombardamenti dei B-52. La distruzione.
E poi i vietnamiti erano a casa loro. Qui c'è il solito vecchio problema che ritorna
sempre fuori, ora con l'Iraq. I vietnamiti erano a casa loro e questi altri venivano da
decine di migliaia di chilometri in un posto dove non c'entravano niente, di cui non
conoscevano la storia, la cultura, niente. Venivano per “combattere il comunismo”, era
quello il loro nemico. Siccome non erano riusciti a combatterlo in Cina, perché in Cina,
insomma, erano quasi un miliardo, lo avevano combattuto in Corea, dove erano un po'

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