sabato 14 dicembre 2013

50 SINGAPORE

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SINGAPORE
FOLCO: E noi, durante le tue avventure in Indocina, stavamo a Singapore.
TIZIANO: Sì, facevo la spola. Due o tre settimane in Vietnam e una, due
settimane a Singapore dove seguivo quel che succedeva nella regione. Facevo una
storia singaporiana oppure sulla Malesia, sull'Indonesia. Succedevano tante cose. Per me
Singapore era comoda, a tre quarti d'ora d'aereo da Saigon, se ricordo bene.
FOLCO: E perché ci tornavi, a Singapore?
TIZIANO: Perché ci avevo famiglia, oh?! Vi avevo messo lì perché foste al sicuro. Non mi
passò mai per la contraccassa del cervello di portarvi a Saigon dove partivano le bombe a
mano tutti i giorni. Voi vivevate nella bella casa tranquilla di Singapore, la nostra prima
casa in Asia. Era quasi sull'equatore e aveva dei ventilatori con le pale che giravano
continuamente. Per far circolare meglio l'aria, le finestre non avevano vetri al pian
terreno, solo persiane. Ce le hanno poi distrutte tutte, le nostre stupende case asiatiche.
Un altro segno dell'Oriente che cambiava.
Dopo alcuni mesi, ad Amburgo correva voce che io ero un agente della CIA. Erano in
tanti allo Spiegel a voler andare in Vietnam e qualcuno, so anche chi, cominciò a dire
“Ma chi è questo cazzo di italiano che parla un po' di tedesco e ha studiato il cinese in
America? E una spia della CIA!”
Arrivò Dieter Wild, il capo degli esteri, a ispezionarmi. Rimase tre o quattro giorni a
Singapore e continuava a dire “Dai, Tiziano, ti invito a venire con me a Taiwan!” A me
non pareva vero, ma dicevo “No grazie”, per modestia. Alla fine la Mamma capì e mi disse
“Guarda che vuole proprio che tu vada con lui a Taiwan, forse per mettere alla prova il
tuo cinese”. Si andò a Taiwan. Io a quel punto parlavo il cinese abbastanza bene e
intervistammo il primo ministro, figlio di Chang Kaishek, il capo dei nazionalisti.
Organizzai tutto io, ero nenggan, come dicono i cinesi, ci sapevo fare, e Dieter Wild tornò
ad Amburgo dicendo “No, questo è uno bravo”.
Mi assunsero come corrispondente.
FOLCO: Come hai fatto a convincerli che non eri della CIA?
TIZIANO: La domanda non si sollevò mai, ma era chiaro, sai, dai discorsi che si
possono fare in dieci giorni, che non lo ero. Poi, io sento subito chi è spia e chi non lo è,
allora penso che lo sentano anche gli altri. Avvenne invece una storia affascinante, Folco,
una delle prime storie dove dimostrai la mia ingenuità di giornalista e dove Dieter Wild fu
molto bravo e mi aiutò. Non l'ho mai raccontata.
In Cambogia c'è una delle solite battaglie. L'esercito sudvietnamita avanza, i
nordvietnamiti e i khmer rossi lo respingono e a un certo momento scompaiono, ora non
ricordo bene, un quindici o venti giornalisti. Scompaiono!
Singapore era un centro di spionaggio, di traffici di ogni tipo, perché era un porto
libero, aperto a tutti. Tutto era vicino, l'Indocina era a un tiro di schioppo. Un giorno
incontrammo un uomo di mezza età, tedesco con l'amante cinese, che sapeva che io
lavoravo per Der Spiegel, forse fu lui a cercarmi. Si chiamava Louis von Tohaddy
d'Aragon, nome falso chiaramente. Diceva di essere capitano di una nave mercantile che
faceva la spola tra Singapore e la Cina. Pensa, siamo ancora ai tempi in cui la Cina è
chiusa. Nixon è appena stato a Pechino per il primo incontro con Mao, ma non ci sono
ancora relazioni diplomatiche. E questo “capitano” racconta storie mirabolanti dei suoi
viaggi in Cina, di come ha lavorato in America Latina, e avanti di questo passo.
Mi disse anche che attraverso i suoi contatti sapeva che uno dei giornalisti scomparsi
in quelle strane operazioni al confine fra il Laos e la Cambogia, un fotografo austriaco,
era vivo e che c'erano dei mediatori disposti a rilasciarlo in cambio di una certa quantità
di soldi.
Io, “grande giornalista” di primo pelo... ride... mi interessai moltissimo a questa storia.
Avessi scoperto che uno di questi di cui tutti scrivevano era ancora vivo e avessi
contribuito a liberarlo, Madonna, sarebbe stato uno scoop stupendo! Be', la cosa andò
avanti dei mesi. Chiesi che mi mandassero una foto del fotografo austriaco e che lui mi
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scrivesse una lettera di suo pugno, con riferimenti e dati, per essere sicuro che non lo
avessero già ammazzato. A un certo momento si trattava solo di pagare una certa cifra –
nemmeno enorme – perché potessi partire con Louis von Tohaddy d'Aragon per
Vientiane, nel Laos, a finalizzare l'affare. A questo punto dovetti scrivere allo Spiegel
“Ragazzi, questo è lo scoop che io ho. Mi servono questi soldi...” Ma Dieter Wild rispose
“Dimenticatelo. Ci sono decine di queste storie a giro per il mondo”.
FOLCO: Era una frode?
TIZIANO: Sì. Ma la storia non finisce qui. Una sera, nel giardino della nostra bella casa
piena di luci demmo una grande cena per tutta la gente che conoscevamo a Singapore.
Voi eravate già a letto. Invitammo anche le due spie dell'ambasciata sovietica che
conoscevamo bene perché erano legate a quel Sergej Svirin, il corrispondente della TASS,
l'agenzia di stampa sovietica, che abbiamo poi ritrovato a giro per il mondo. Erano
rapporti interessanti perché attraverso i sovietici, che appoggiavano i vietcong e i
nordvietnamiti, si potevano avere contatti con questi.
Alla fine della serata Louis von Tohaddy d'Aragon era disteso sul prato, completamente
'briaco, sotto un grande albero con Sergej Svirin, chino sopra di lui, che ripeteva
insistentemente “Mi dica, lei come si chiama? Come si chiamava quel tale della storia che
mi raccontava prima?” Ma Louis, 'briaco fradicio, faceva solo “Uh-uh-uh”. Una scena
divertentissima.
Anni dopo abbiamo ritrovato Sergej Svirin in Cina. Era diventato il numero due
dell'ambasciata sovietica a Pechino ma ovviamente era anche il capo del KGB.
FOLCO: Spia anche lui?!
TIZIANO: Di quattro cotte! Parlava l'inglese perfettamente, aveva licenza di uccidere e
di andare a letto con chi voleva – sai, nell'Unione Sovietica di quel tempo era una cosa
enorme. Ci invitò a cena una sera a Pechino e io gli chiesi “Ma come fate a bere così
tanto, visto che per far ubriacare un altro dovete bere anche voi?” Allora lui mi rivelò il
grande segreto delle spie sovietiche: prima di uscire di casa per andare a una qualsiasi
serata nel mondo ingoiano mezzo panetto di burro, e siccome il burro forma una sorta di
parete protettiva attorno allo stomaco, dopo puoi bere un'intera bottiglia di vodka senza
che ti dia alla testa.
Tutto questo ci divertiva da morire, a me e alla Mamma, perché, t'immagini, eravamo
perbenino, venivamo da Milano e d'un tratto ci trovavamo coinvolti con tutto questo
spionaggio! Era affascinante.
FOLCO: E tu intanto scrivevi Pelle di leopardo?
TIZIANO: Sì, e quando poi a Milano mi hanno consegnato la prima copia stampata del
libro, una notte sono andato alla Banca Commerciale e l'ho portata a Mattioli. E cosa gli
ho detto? “Non ho più bisogno dei mille dollari al mese!”
Gli avevo raccontato quello che succedeva nella mia area strategica, seguivo quello che
avveniva in Cina e lui per due anni mi aveva sempre pagato. “Non ne ho più bisogno.
Però, se Lei avesse ancora bisogno delle mie lettere, gliele scrivo.” Era giusto, no? Mi
aveva fatto uno stupendo regalo e io gli dovevo così tanto, perché mi aveva dato quella
sicurezza che non avrei avuto altrimenti. Con quei soldi vi ho messi nella bella casa di
Singapore e vi ho mandati a scuola.
Che bella vita, lo vedi? Di che ho da lamentarmi?
Ma ora mi chiappo un po' di tempo libero, Folco.
FOLCO: Per vedere il telegiornale? Dev'essere appena iniziato.
TELEVISIONE: “... i sei uccisi erano tecnici di una ditta affiliata alla General Electric.
Lavoravano nel settore energetico per riportare la normalità...”
TIZIANO: Oggi di nuovo. Lo vedi? Sempre la stessa storia.
Televisione: “... ma tra la gente di Baghdad si è sparsa stamattina la voce che fossero
in realtà agenti della CIA. Per questo alcune persone... sparare per allontanare la folla. La
situazione è diventata molto tesa e pericolosa anche per i giornalisti, soprattutto i
giornalisti occidentali. Si tratta, vi ricordiamo, della sedicesima autobomba qui a

Baghdad. E tutto. La linea torna a Roma.”

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