50
SINGAPORE
FOLCO: E
noi, durante le tue avventure in Indocina, stavamo a Singapore.
TIZIANO:
Sì, facevo la spola. Due o tre settimane in Vietnam e una, due
settimane
a Singapore dove seguivo quel che succedeva nella regione. Facevo una
storia
singaporiana oppure sulla Malesia, sull'Indonesia. Succedevano tante cose. Per
me
Singapore
era comoda, a tre quarti d'ora d'aereo da Saigon, se ricordo bene.
FOLCO: E
perché ci tornavi, a Singapore?
TIZIANO:
Perché ci avevo famiglia, oh?! Vi avevo messo lì perché foste al sicuro. Non mi
passò mai
per la contraccassa del cervello di portarvi a Saigon dove partivano le bombe a
mano
tutti i giorni. Voi vivevate nella bella casa tranquilla di Singapore, la
nostra prima
casa in
Asia. Era quasi sull'equatore e aveva dei ventilatori con le pale che giravano
continuamente.
Per far circolare meglio l'aria, le finestre non avevano vetri al pian
terreno,
solo persiane. Ce le hanno poi distrutte tutte, le nostre stupende case
asiatiche.
Un altro
segno dell'Oriente che cambiava.
Dopo
alcuni mesi, ad Amburgo correva voce che io ero un agente della CIA. Erano in
tanti
allo Spiegel a voler andare in Vietnam e qualcuno, so anche chi, cominciò a
dire
“Ma chi è
questo cazzo di italiano che parla un po' di tedesco e ha studiato il cinese in
America?
E una spia della CIA!”
Arrivò
Dieter Wild, il capo degli esteri, a ispezionarmi. Rimase tre o quattro giorni
a
Singapore
e continuava a dire “Dai, Tiziano, ti invito a venire con me a Taiwan!” A me
non pareva
vero, ma dicevo “No grazie”, per modestia. Alla fine la Mamma capì e mi disse
“Guarda
che vuole proprio che tu vada con lui a Taiwan, forse per mettere alla prova il
tuo
cinese”. Si andò a Taiwan. Io a quel punto parlavo il cinese abbastanza bene e
intervistammo
il primo ministro, figlio di Chang Kaishek, il capo dei nazionalisti.
Organizzai
tutto io, ero nenggan, come dicono i cinesi, ci sapevo fare, e Dieter Wild
tornò
ad
Amburgo dicendo “No, questo è uno bravo”.
Mi
assunsero come corrispondente.
FOLCO:
Come hai fatto a convincerli che non eri della CIA?
TIZIANO:
La domanda non si sollevò mai, ma era chiaro, sai, dai discorsi che si
possono
fare in dieci giorni, che non lo ero. Poi, io sento subito chi è spia e chi non
lo è,
allora
penso che lo sentano anche gli altri. Avvenne invece una storia affascinante,
Folco,
una delle
prime storie dove dimostrai la mia ingenuità di giornalista e dove Dieter Wild
fu
molto
bravo e mi aiutò. Non l'ho mai raccontata.
In
Cambogia c'è una delle solite battaglie. L'esercito sudvietnamita avanza, i
nordvietnamiti
e i khmer rossi lo respingono e a un certo momento scompaiono, ora non
ricordo
bene, un quindici o venti giornalisti. Scompaiono!
Singapore
era un centro di spionaggio, di traffici di ogni tipo, perché era un porto
libero,
aperto a tutti. Tutto era vicino, l'Indocina era a un tiro di schioppo. Un
giorno
incontrammo
un uomo di mezza età, tedesco con l'amante cinese, che sapeva che io
lavoravo
per Der Spiegel, forse fu lui a cercarmi. Si chiamava Louis von Tohaddy
d'Aragon,
nome falso chiaramente. Diceva di essere capitano di una nave mercantile che
faceva la
spola tra Singapore e la Cina. Pensa, siamo ancora ai tempi in cui la Cina è
chiusa.
Nixon è appena stato a Pechino per il primo incontro con Mao, ma non ci sono
ancora
relazioni diplomatiche. E questo “capitano” racconta storie mirabolanti dei
suoi
viaggi in
Cina, di come ha lavorato in America Latina, e avanti di questo passo.
Mi disse
anche che attraverso i suoi contatti sapeva che uno dei giornalisti scomparsi
in quelle
strane operazioni al confine fra il Laos e la Cambogia, un fotografo austriaco,
era vivo
e che c'erano dei mediatori disposti a rilasciarlo in cambio di una certa
quantità
di soldi.
Io,
“grande giornalista” di primo pelo... ride... mi interessai moltissimo a questa
storia.
Avessi
scoperto che uno di questi di cui tutti scrivevano era ancora vivo e avessi
contribuito
a liberarlo, Madonna, sarebbe stato uno scoop stupendo! Be', la cosa andò
avanti
dei mesi. Chiesi che mi mandassero una foto del fotografo austriaco e che lui
mi
51
scrivesse
una lettera di suo pugno, con riferimenti e dati, per essere sicuro che non lo
avessero
già ammazzato. A un certo momento si trattava solo di pagare una certa cifra –
nemmeno
enorme – perché potessi partire con Louis von Tohaddy d'Aragon per
Vientiane,
nel Laos, a finalizzare l'affare. A questo punto dovetti scrivere allo Spiegel
“Ragazzi,
questo è lo scoop che io ho. Mi servono questi soldi...” Ma Dieter Wild rispose
“Dimenticatelo.
Ci sono decine di queste storie a giro per il mondo”.
FOLCO:
Era una frode?
TIZIANO:
Sì. Ma la storia non finisce qui. Una sera, nel giardino della nostra bella
casa
piena di
luci demmo una grande cena per tutta la gente che conoscevamo a Singapore.
Voi
eravate già a letto. Invitammo anche le due spie dell'ambasciata sovietica che
conoscevamo
bene perché erano legate a quel Sergej Svirin, il corrispondente della TASS,
l'agenzia
di stampa sovietica, che abbiamo poi ritrovato a giro per il mondo. Erano
rapporti
interessanti perché attraverso i sovietici, che appoggiavano i vietcong e i
nordvietnamiti,
si potevano avere contatti con questi.
Alla fine
della serata Louis von Tohaddy d'Aragon era disteso sul prato, completamente
'briaco,
sotto un grande albero con Sergej Svirin, chino sopra di lui, che ripeteva
insistentemente
“Mi dica, lei come si chiama? Come si chiamava quel tale della storia che
mi
raccontava prima?” Ma Louis, 'briaco fradicio, faceva solo “Uh-uh-uh”. Una
scena
divertentissima.
Anni dopo
abbiamo ritrovato Sergej Svirin in Cina. Era diventato il numero due
dell'ambasciata
sovietica a Pechino ma ovviamente era anche il capo del KGB.
FOLCO:
Spia anche lui?!
TIZIANO:
Di quattro cotte! Parlava l'inglese perfettamente, aveva licenza di uccidere e
di andare
a letto con chi voleva – sai, nell'Unione Sovietica di quel tempo era una cosa
enorme.
Ci invitò a cena una sera a Pechino e io gli chiesi “Ma come fate a bere così
tanto,
visto che per far ubriacare un altro dovete bere anche voi?” Allora lui mi
rivelò il
grande
segreto delle spie sovietiche: prima di uscire di casa per andare a una
qualsiasi
serata
nel mondo ingoiano mezzo panetto di burro, e siccome il burro forma una sorta
di
parete
protettiva attorno allo stomaco, dopo puoi bere un'intera bottiglia di vodka
senza
che ti
dia alla testa.
Tutto
questo ci divertiva da morire, a me e alla Mamma, perché, t'immagini, eravamo
perbenino,
venivamo da Milano e d'un tratto ci trovavamo coinvolti con tutto questo
spionaggio!
Era affascinante.
FOLCO: E
tu intanto scrivevi Pelle di leopardo?
TIZIANO:
Sì, e quando poi a Milano mi hanno consegnato la prima copia stampata del
libro,
una notte sono andato alla Banca Commerciale e l'ho portata a Mattioli. E cosa
gli
ho detto?
“Non ho più bisogno dei mille dollari al mese!”
Gli avevo
raccontato quello che succedeva nella mia area strategica, seguivo quello che
avveniva
in Cina e lui per due anni mi aveva sempre pagato. “Non ne ho più bisogno.
Però, se
Lei avesse ancora bisogno delle mie lettere, gliele scrivo.” Era giusto, no? Mi
aveva
fatto uno stupendo regalo e io gli dovevo così tanto, perché mi aveva dato
quella
sicurezza
che non avrei avuto altrimenti. Con quei soldi vi ho messi nella bella casa di
Singapore
e vi ho mandati a scuola.
Che bella
vita, lo vedi? Di che ho da lamentarmi?
Ma ora mi
chiappo un po' di tempo libero, Folco.
FOLCO:
Per vedere il telegiornale? Dev'essere appena iniziato.
TELEVISIONE:
“... i sei uccisi erano tecnici di una ditta affiliata alla General Electric.
Lavoravano
nel settore energetico per riportare la normalità...”
TIZIANO:
Oggi di nuovo. Lo vedi? Sempre la stessa storia.
Televisione:
“... ma tra la gente di Baghdad si è sparsa stamattina la voce che fossero
in realtà
agenti della CIA. Per questo alcune persone... sparare per allontanare la
folla. La
situazione
è diventata molto tesa e pericolosa anche per i giornalisti, soprattutto i
giornalisti
occidentali. Si tratta, vi ricordiamo, della sedicesima autobomba qui a
Baghdad.
E tutto. La linea torna a Roma.”
Nessun commento:
Posta un commento