sabato 14 dicembre 2013

44 VIETNAM

44
VIETNAM
FOLCO: Stanotte mi sono messo a sfogliare Pelle di leopardo. Non l'avevo mai letto e
non son riuscito a metterlo giù. Poi ho sentito il gallo cantare e mi sono detto “Oh, qui si
esagera davvero. Devo dormire!” Eri giovane quando sei andato in Vietnam, avevi
esattamente la mia età di adesso, ma è già scritto bene. E proprio interessante.
TIZIANO: Sì, per uno della tua generazione che non c'era, che non sa nemmeno di cosa
si trattava, è come parlare della Prima guerra mondiale.
FOLCO: Ma non è tanto quella guerra in sé che mi interessa, quanto quello che hai
imparato strada facendo. Chi eri allora? Cosa hai visto nel tuo viaggiare? E in che modo
ti ha cambiato per farti diventare quello che sei ora? Attraverso il giornalismo, mi
sembra, hai avuto occasione di osservare e a volte di essere completamente coinvolto con
i grandi avvenimenti degli ultimi cinquant'anni. E pian piano, come un investigatore che
segue dei piccoli indizi fino a risalire al mandante di un misterioso e onnipresente delitto,
dal vedere le piccole ingiustizie attorno a te sei passato a riflettere sulla politica, le
ragioni delle guerre, il progresso, e alla fine sulla natura stessa dell'uomo. Questo è
interessante per me, perché mi pare che è il viaggio della vita.
TIZIANO: Va be', è la mia vecchia teoria: se diventi un esperto di formiche capisci il
mondo. Se ti dedichi con compassione, con amore, con tanto culo-sulla-seggiola a
qualsiasi soggetto, arrivi a capire il mondo. Non occorre citare William Blake, “Vedere il
mondo in un granello di sabbia e l'eternità in un'ora”. È così. Il Vietnam, l'Indocina e poi
l'Asia in generale sono stati il mio giardino.
Per la mia generazione il Vietnam è stato un test di moralità. Perché, insomma, io sono
cresciuto leggendo i grandi dell'epoca precedente e avevo dei miti, cavolo se li avevo!
Edgar Snow in Cina, Hemingway e George Orwell nella guerra civile in Spagna, accidenti,
per me erano un mito! Io li leggevo e dicevo “Madonna, io potrei essere così!” Per questo,
quando ho avuto l'occasione di andare in Vietnam, quella era la mia Spagna, quella era
la mia guerra.
FOLCO: Avevi trentatré anni quando sei partito per l'Asia.
TIZIANO: Sì. E non potendo andare in Cina – non c'era verso, la Cina era chiusa, non
ci si andava – avevo deciso di fare di Singapore la base da cui sarei partito per coprire la
guerra in Vietnam, in Indocina.
Ricordo la prima notte a Singapore, per me fu stupenda. Stavo al vecchio Arab Market,
in una pensione piena di gente losca. Ahh! Adoravo questo, lo adoravo. Sai, mi sentivo
un personaggio di un'altra storia. Nel giro di dieci giorni avevo trovato una delle belle
case dell'isola, avevo trovato una macchina tutta scalcinata, un pianoforte per la
Mamma, e avevo già un ufficio.
FOLCO: In dieci giorni?
TIZIANO: In dieci giorni.
L'ultima fase della guerra iniziò poco dopo che la Mamma arrivò con voi a Singapore,
nella primavera del 1972. Ci stabilimmo in quella casa, scoppiò una grande offensiva in
Vietnam e io partii.
Così comincia la mia carriera. Così comincia la parte del mio viaggio che è stata la più
interessante e, in quegli anni, la più esilarante per me. Sai, il Vietnam mi coinvolse
moltissimo e questa esperienza mi rafforzò nella mia visione che ci poteva essere
giustizia, che si poteva cambiare la società.
FOLCO: Ci andavi per questo?
TIZIANO: Innanzitutto ci andavo per vedere la guerra. Non l'avevo mai vista. Sai, la
guerra che avevo visto io era la Seconda guerra mondiale. Ero un bambino, era come un
gioco. Contavo le bombe dei bombardieri americani che cadevano su Porta al Prato dove
c'era lo snodo di tutti i treni dell'Italia centrale. Noi stavamo a due o tre chilometri da lì e
andavamo a nasconderci nei campi dietro casa, là dove ora c'è via di Soffiano. Ma non
era la guerra. Sì, anche lì c'erano le fucilazioni, si diceva, ma non le ho viste, come invece

mi successe in Cambogia dove vidi un prigioniero che veniva sgozzato dai governativi.

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