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VIETNAM
FOLCO:
Stanotte mi sono messo a sfogliare Pelle di leopardo. Non l'avevo mai letto e
non son
riuscito a metterlo giù. Poi ho sentito il gallo cantare e mi sono detto “Oh,
qui si
esagera
davvero. Devo dormire!” Eri giovane quando sei andato in Vietnam, avevi
esattamente
la mia età di adesso, ma è già scritto bene. E proprio interessante.
TIZIANO:
Sì, per uno della tua generazione che non c'era, che non sa nemmeno di cosa
si
trattava, è come parlare della Prima guerra mondiale.
FOLCO: Ma
non è tanto quella guerra in sé che mi interessa, quanto quello che hai
imparato
strada facendo. Chi eri allora? Cosa hai visto nel tuo viaggiare? E in che modo
ti ha cambiato
per farti diventare quello che sei ora? Attraverso il giornalismo, mi
sembra,
hai avuto occasione di osservare e a volte di essere completamente coinvolto
con
i grandi
avvenimenti degli ultimi cinquant'anni. E pian piano, come un investigatore che
segue dei
piccoli indizi fino a risalire al mandante di un misterioso e onnipresente
delitto,
dal
vedere le piccole ingiustizie attorno a te sei passato a riflettere sulla
politica, le
ragioni
delle guerre, il progresso, e alla fine sulla natura stessa dell'uomo. Questo è
interessante
per me, perché mi pare che è il viaggio della vita.
TIZIANO:
Va be', è la mia vecchia teoria: se diventi un esperto di formiche capisci il
mondo. Se
ti dedichi con compassione, con amore, con tanto culo-sulla-seggiola a
qualsiasi
soggetto, arrivi a capire il mondo. Non occorre citare William Blake, “Vedere
il
mondo in
un granello di sabbia e l'eternità in un'ora”. È così. Il Vietnam, l'Indocina e
poi
l'Asia in
generale sono stati il mio giardino.
Per la
mia generazione il Vietnam è stato un test di moralità. Perché, insomma, io
sono
cresciuto
leggendo i grandi dell'epoca precedente e avevo dei miti, cavolo se li avevo!
Edgar
Snow in Cina, Hemingway e George Orwell nella guerra civile in Spagna,
accidenti,
per me
erano un mito! Io li leggevo e dicevo “Madonna, io potrei essere così!” Per
questo,
quando ho
avuto l'occasione di andare in Vietnam, quella era la mia Spagna, quella era
la mia
guerra.
FOLCO:
Avevi trentatré anni quando sei partito per l'Asia.
TIZIANO:
Sì. E non potendo andare in Cina – non c'era verso, la Cina era chiusa, non
ci si
andava – avevo deciso di fare di Singapore la base da cui sarei partito per
coprire la
guerra in
Vietnam, in Indocina.
Ricordo
la prima notte a Singapore, per me fu stupenda. Stavo al vecchio Arab Market,
in una
pensione piena di gente losca. Ahh! Adoravo questo, lo adoravo. Sai, mi sentivo
un
personaggio di un'altra storia. Nel giro di dieci giorni avevo trovato una
delle belle
case
dell'isola, avevo trovato una macchina tutta scalcinata, un pianoforte per la
Mamma, e
avevo già un ufficio.
FOLCO: In
dieci giorni?
TIZIANO:
In dieci giorni.
L'ultima
fase della guerra iniziò poco dopo che la Mamma arrivò con voi a Singapore,
nella
primavera del 1972. Ci stabilimmo in quella casa, scoppiò una grande offensiva
in
Vietnam e
io partii.
Così
comincia la mia carriera. Così comincia la parte del mio viaggio che è stata la
più
interessante
e, in quegli anni, la più esilarante per me. Sai, il Vietnam mi coinvolse
moltissimo
e questa esperienza mi rafforzò nella mia visione che ci poteva essere
giustizia,
che si poteva cambiare la società.
FOLCO: Ci
andavi per questo?
TIZIANO:
Innanzitutto ci andavo per vedere la guerra. Non l'avevo mai vista. Sai, la
guerra
che avevo visto io era la Seconda guerra mondiale. Ero un bambino, era come un
gioco.
Contavo le bombe dei bombardieri americani che cadevano su Porta al Prato dove
c'era lo
snodo di tutti i treni dell'Italia centrale. Noi stavamo a due o tre chilometri
da lì e
andavamo
a nasconderci nei campi dietro casa, là dove ora c'è via di Soffiano. Ma non
era la
guerra. Sì, anche lì c'erano le fucilazioni, si diceva, ma non le ho viste,
come invece
mi
successe in Cambogia dove vidi un prigioniero che veniva sgozzato dai
governativi.
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