Continuiamo il viaggio. Ciao Fulvio e non m’invento per farti credere altro
che buoni autori ci sono e ci saranno finché le persone come noi ci credono ai
cambiamenti. Fin qui ti chiedo solo di leggere queste poche impaginate di…, da
Antonio scopiazzate per te! Buona lettura e fammi sapere che si nasce e non si
diventa umano se poi non credi all’animale più intelligente del pianeta che noi
conosciamo, anche se strampalata la mia la sua è concisa e autobiografica.
Mi piace moltissimo questa idea del
grande viaggio, che poi è il viaggio dellavita, ma è anche il viaggio in
un'epoca.Cercherò di raccontarti questa storia al massimo della sincerità che
mi sembra sial'unica vera qualità su cui tu devi poter contare. Non ci
raccontiamo delle balle. Non
facciamo della letteratura. Pensa, tutta la vita ho manipolato parole,
potrei manipolareparole fino a che voglio, è così facile ormai. Quello invece
che mi piacerebbe riuscire araccontare è... è la verità dietro le parole. Che
poi è il senso di tante cose che ho fatto.Una di queste cose m’appaiono chiare
seguendo la lettura di TIZIANO: Sostanzialmente era molto semplice. Ero povero
e volevo difendere i povericontro i ricchi. Ero debole e volevo difendere i
deboli contro i potenti. Mi pareva chel'unico modo di farlo era di fare
l'avvocato e mettermi a difendere i diritti dei poveri.F: Ma dove la vedevi
tutta quest'ingiustizia tra poveri e ricchi?T: Sempre, scusami! Mio padre, i
marchesi Gondi... Tutto attorno a me. Questomio padre che lavorava dalla
mattina alla sera e non si arrivava in fondo al mese, oh?! Eil padre di Isa che
con l'automobile veniva a pigliare la figlia, mi faceva fidanzare in casa,aveva
una bella villa, e chi era?!E poi quelli erano anni di grandi conflitti
sociali, Folco. Non devi dimenticare chel'Italia era sul punto di diventare
comunista. La CIA, gli americani, la Chiesa hannoinvestito miliardi per
manipolare le elezioni italiane. C'erano questi due campi, idemocristiani e i
comunisti, l'un contro l'altro armati, al punto che nel '48 sparano aTogliatti
e lì ti devo raccontare una bella storia.Mio padre, si scopre, ha il mitra!F:
Il nonno col mitra?!T: Non proprio, ma c'era stato qualcosa che io non sapevo
bene. Mi ricordo cheun giorno venne uno e disse “Via, ora si smura!” che voleva
dire si tolgono le armi dainascondigli in cui sono state murate e si fa la
rivoluzione. Non so chi fosse questo qua,ma da quel giorno il mio cuore era lì
ed è sempre rimasto lì. La si pensava così allora,devi capirmi. Io, un po'
perché fin da bambino avevo sentito i discorsi di mio padre,discorsi
anticapitalistici, non potevo pensare che la società occidentale nella quale
vivevo,e che mi piaceva anche, fosse l'unico modello per l'umanità. Il
capitalismo, lademocrazia, la nostra società liberale, il modello per tutti i
paesi del mondo? Ma era lafollia! La parola “globalizzazione” non esisteva
nemmeno, è recentissima, è di qualcheanno fa, ma il processo era quello.Quello
che vorrei cercare di spiegarti è che nella mia generazione anche chi non
eramarxista-leninista, come io non lo sono mai stato – ho letto Marx come si
leggeva VictorHugo, ma non sono mai stato un marxista-leninista – è stato
influenzato da quellavisione del mondo che influenzava l'intera società.L'idea
di fondo era questa: dopo la guerra l'Europa era distrutta e il dopoguerra eradisastroso.
Povertà, città da rifare, anche a Firenze i ponti erano caduti.
Bisognavacostruire la pace, trovare istituzioni che salvaguardassero l'armonia
europea e lanon-più-guerra, cosa che poi è avvenuta. Certo, le idee erano
importanti, ma c'era anchela materia – non a caso si parlava di materialismo
storico – e questa materia, proprioperché materia, aveva le sue leggi chimiche
e fisiche, le sue leggi naturali. E aveva anchele sue leggi storiche. Si
pensava, cioè, che la “materia sociale” potesse essere manipolatae influenzata,
così come una reazione chimica può produrre una variazione nella
materiaorganica.Ora, la materia delle materie era l'uomo e la materia della
materia delle materie era lasocietà. L'idea quindi era che si potesse cambiare
la società. Non si aveva in mentenient'altro, almeno nella mia generazione.
Penso ai miei compagni di università: eravamotutti a studiare – chi legge, chi
scienze politiche, chi medicina, chi economia – percontribuire alla società. Si
studiava perché ci si sentiva, come dire, incaricati di unamissione che era
quella di agire sulla nostra società, malata e distrutta, ingiusta fra
l'altro, per cambiarla. Chi voleva fare l'avvocato per difendere i poveri,
chi voleva fare ilpolitico, chi il diplomatico. Nessuno studiava per diventare
un consulente finanziario,come fanno tanti giovani di oggi.Quella era roba che
non si sapeva nemmeno che esistesse. E non era un atteggiamentoaltruista, il
nostro, non la vedevamo così. Era il nostro compito. Ci sentivamo una élite,ci
sentivamo privilegiati di poter studiare e ci pareva naturale, per niente
ideologico,volere in qualche modo restituire alla società quel che la società
ci aveva dato. Certo,facevamo anche il nostro interesse ma, ripeto, tutti
studiavamo cose con le qualivolevamo contribuire alla società.A quell'epoca
c'erano due grandi alternative ideologiche: Gandhi e Mao. E non potevoio,
giovane, non essere affascinato da chi, con un materiale sociale così vasto,
unmateriale di centinaia di milioni di persone – perché non era l'Andorra, non
era la Cittàdel Sole di Campanella, era l'India, era la Cina, – non potevo,
dico, non essereaffascinato, onestamente, da chi cercava di costruire una
società che non fosse fondatasui criteri del profitto, del denaro, del
materialismo. Per questo leggevo Gandhi, perquesto leggevo Mao.Pensa che si
parlava di “ingegneria sociale”! Mao cosa faceva? Un esperimento diingegneria
sociale. Come tu fai un ponte seguendo certi criteri, altrimenti casca,
allostesso modo puoi rifare la società, rimetterla in piedi in qualche modo e
farne una cosache non caschi. La Cina stava facendo allora il più grande
esperimento di ingegneriasociale del mondo. Da qui la mia curiosità per questi
fenomeni e anche l'interesse
profondo per come cambiare la società.Devi capire, Folco, che questa è
anche una storia di riscatto. Io sono nato povero e hodovuto riscattare questa
povertà. Non economicamente ma socialmente, con un impegno sociale. E questa è
la storia della mia vita.Ma sia chiara una cosa: questo modello non è che la gente
come me lo voleva trasferire in Occidente. Era pensato per il Terzo Mondo. Si
parlava tanto del Terzo Mondo cheproprio in quel tempo veniva decolonizzato. Ci
si identificava con il Terzo Mondo contro quello capitalista, ci si identificava
con gli oppressi, con la classe dei diseredati. Faceva parte del nostro riscatto
sociale. Ci si identificava con FrantzFanon in Algeria, con i suoi Dannati della
terra.Era il tempo della decolonizzazione. Tu pensa cosa voleva dire! Quando
Roosevelt e Churchill si incontrano a Terranova, Churchill fa di tutto perché
Roosevelt entri in guerra, mentre Roosevelt non ne vuole tanto sapere. Dice “Va
bene, io entro in guerra”,ma fa firmare a Churchill la clausola che, se
l'America entra in guerra per aiutare laGran Bretagna contro il nazismo, alla
fine della guerra la Gran Bretagna rinuncia a tuttele sue colonie. Churchill fa
finta di niente, ma in cuor suo decide che non lo farà. Invecela Storia ce lo
ha costretto.Questa mia generazione ha assistito alla fine dell'impero
britannico, alla fine di tutte lecolonie, una dopo l'altra: quelle olandesi,
quelle francesi e soprattutto quelle inglesi.Accidenti, te lo immagini! In
tutto il mondo c'erano grandi rovesciamenti sociali. Ancorpiù si rafforzava in
noi l'idea che se si conosceva la materia,se ne conoscevano leregole storiche
si poteva intervenire per fare di queste nuove società delle società piùgiuste,
più avanzate, più moderne, più socialiste, se vuoi, nel senso che ci sarebbe
stata più eguaglianza, meno ingiustizia.E quanti casi, Folco! Tu non lo saprai,
ma per esempio ci fu una grandissima storia in Francia che coinvolse scrittori
come Henri Alleg che aveva scritto un libro famoso, La Questione, da cui venne
fuori che i paracadutisti francesi torturavano i fedhain, i ribelli del Fronte
di liberazione nazionale algerino.Perché anche gli algerini facevano quel che
allora non si chiamava ancora terrorismo:mettevano le bombe nei caffè di
Parigi. Era la guerra. Vennero fuori le prove di terribili torture che quegli
assassini del generale Massou,che comandava le truppe francesi,commettevano. La
Francia si rivoltò e con grande dignità, sulla spinta di intellettuali come Camus
e altri, diede l'indipendenza all'Algeria.
F: Ti identifichi con le passioni del tuo tempo. Il Terzo Mondo viene
decolonizzatoe là dove le potenze occidentali sgomberano si vede la possibilità
di creare un nuovo tipodi società, un modello di sviluppo alternativo a quello
rappresentato dall'Occidente.E l'Unione Sovietica non lo era?T: L'URSS era
chiaro che era fallimentare.F: Era già chiaro allora?T: Sì, se pensi che nel 1956, al XX Congresso del PCUS, Krusciov rivela
icrimini di Stalin. Seguono l'invasione dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, le
rivoltenell'Est europeo. Era ovvio che l'Unione Sovietica non poteva più essere
un grande ideale.F: E l'America?T: L'America era un paese orribile agli
occhi dei giovani come me. C'era già laguerra in Vietnam. L'America era tutto
il contrario di quello che sognavamo. Non devi poidimenticare che io sono
cresciuto col Che, con Che Guevara.F: Ah, erano quei tempi lì?T: E col mito di
quel barbone, avvocato di buona famiglia...F: Fidel Castro?T: Sì, che guida una
banda di scalzacani contro la superpotenza Americana che appoggiava il dittatore
Batista. Lo rovescia e dichiara Cuba una Repubblica socialista.Interessante,
no?E ancor più interessante era quest'altro che credeva nella rivoluzione
permanente e lavoleva portare in tutta l'America Latina, lui che era argentino.
Finisce la rivoluzione di
Castro, Castro lo fa ministro, ambasciatore, tutto quello che vuole. Invece
il Che riparte con un fucile in spalla e quattro compagni a liberare l'America
Latina, dove ogni paese aveva un dittatore sostenuto dagli Stati Uniti. Sai, è
per questo che i ragazzi ancora oggi,senza saperlo, hanno la sua faccia sulle
loro t-shirt. Quello era un eroe! Poi la sua morteè diventata una saga.
Uscirono i suoi diari. Erano la cosa più commovente che tu avessimai potuto
leggere, i diari di Che Guevara. E noi siamo cresciuti con questi eroi.Scusa,
Folco, devo smettere. Vado a letto,oggi non è giornata.F: Smetti, smetti. Dopo
si ripiglia il discorso.Il Babbo si alza e si incammina lentamente verso la sua
gompa in fondo al giardino afare un pisolino. Si stanca presto ormai, ma non
abbiamo fretta. Le giornate sono lunghee senza interruzioni, il telefono è
quasi sempre muto, visite non ce ne sono. Dopo
un'oretta ritorna.
T: Folco! Oh, Folco!F: Hai fatto dei bei sogni?T: “It is here, it is here, it is here. 'Se c'è il
paradiso in terra, è qui, è qui, è qui!”Non nel Kashmir, non nel giardino di
Shaliman.F: Chi lo diceva, qualche imperatore moghul?T: Hmm. Era stupendo, ho
proprio passato un'ora bellissima.F: Allora Babbo, quando eri a Pisa conoscevi
già la Mamma, no?T: Sì, ci siamo conosciuti a Firenze dopo la maturità. Lei poi
è andata a studiarea Monaco in Germaniae, come avviene nelle coppie giovani, ci
scrivevamo tanto. Però,sai, la vita è sempre un po' complicata e ci furono
grandi crisi, tanti alti e bassi. Ungiorno io non ne potevo più. Trovavo che
questo era impossibile e andai a Monaco disorpresa, dopo
essermi guadagnato il biglietto del treno scrivendo centinaia di indirizziper
uno stronzo di antiquario che mandava lettere ai preti: “Se avete delle
seggiolevecchie, cassettoni, panche, datemele e io vi do un
televisore...”Ride.F: Tu scrivevi di queste lettere?T: Solo gli indirizzi, che
copiavo da un indirizzario della Curia. Poi andai aMonaco, presi il coraggio a
due mani e dissi “Senti, o ci mettiamo a vivere insieme, o nonfunziona”. Così
tornammo in Italia. La Mammaavevaereditato da sua nonna, la nonnahaitiana, due
bellissimi anelli dell'Ottocento pieni di smeraldi e rubini che circolanoancora
in famiglia. Li prendemmo, andammo al Monte di Pietà, di cui io ero
esperto,come ricordi, e li mettemmo in gobbo. Ci dettero, non so, cinquantamila
lire, tanti soldi, ecomprammo, grazie a un amico meccanico, una Topolino 500.
La Mamma rubò da casasua due materassi, li mettemmo in macchina insieme a una
chitarra e ai miei libri perscrivere la tesi di laurea, e partimmo per il mare,
Marina di Massa! Come al solito, lafortuna ci aiutò. C'era lì una famiglia di
marmieri che ci offrì una Casina di pescatori,vuota, in mezzo a un campo di
pomodori. Due stanze e una cucina -ah! a tre chilometridal mare, un mare allora
ancora selvaggio dove facevamo il bagno tutti i giorni.Mettemmo i materassi per
terra, prendemmo la Topolino e andammo di qua e di là araccattare mattoni sulla
spiaggia, assi di navi portate dalle onde, e ci costruimmo due
tavoli e due librerie. Ci misi i miei libri, la mia macchina da scrivere
Lettera 22 e scrissila mia tesi di laurea.F: Per la quale prendesti T: E lode,
sì. Ero bravissimo, scrivevo delle cazzate. Per me la laurea non era lafine di
niente, era solo l'inizio. Dovevo trovare un sistema per camparci, ma non
volevomettermi a lavorare come tutti gli altri, volevo fare qualcosa di
diverso, volevo continuarea studiare. Ci comprammo uno di quei malloppi
dell'UNESCO con l'elenco di tutte leuniversità del mondo, da Timbuctu a
Cambridge, e con l'aiuto della Mamma – quanto ha
lavorato la Mamma, perché io parlavo l'inglese molto male e lo scrivevo
ancora peggio –mandammo decine di lettere in tutto il mondo raccontando il mio
curriculum echiedendo una borsa di studio. L'unica che ci rispose fu
l'università di Leeds nello
Yorkshire.Madonna, ci pareva di toccare il cielo con un dito. Ci pagavano
per un anno e potevo
fare un master in diritto internazionale!Già nel mese di dicembre partimmo
per l'Inghilterra rendendo estremamente infelice il
nonno Anzio, il babbo della Mamma, che voleva assolutamente che ci
sposassimo prima.Fui anche avvicinato dal medico di famiglia, un amico del
nonno, che mi disse “Guarda,non puoi far questo, loro ci stanno molto male”. Ma
io ero rivoluzionario, non volevo
saperne. Macché sposarsi, macché istituzioni! Mandai tutti al diavolo e
partimmo.A Leeds stavamo in un posto di merda. Dividevamo una di quelle casette
tutte in fila,tutte uguali, in mattoni scuri, costruite durante la rivoluzione
industriale, con unaprostituta che stava a pianterreno e ci mandava su il
bambino quando le arrivavano iclienti, e un vecchio marinaio, Sam, che aveva
perso le dita durante la Seconda guerra
mondiale perché gli si erano congelate nel mare Artico.
Il nostro mangiare era riso e ketchup. Una volta ci permettemmo di andare
al mercatocon Sam a comprarci una trancia di montone australiano, sai quello
congelato che sitaglia con la sega elettrica che fa -uiii! e quando lo bollimmo
tutta la casa puzzava di
montone.Avevamo amici strani, tutti rivoluzionari dell'Africa, della
Nigeria, del Ghana che
volevano l'indipendenza dall'Inghilterra. C'era un nigeriano che alla fine
di qualsiasi
evento pubblico – conferenza, film, cena ufficiale – quando veniva intonato
GodSavetheQueen, l'inno nazionale britannico, si precipitava fuori dalla sala
per non doversi alzarein piedi con il resto del pubblico.F: Ah, erano proprio
tempi di combattimento!T: E io imparai a scappare con lui. Una volta, alla fine
di una cena importanteall'università, tutti vestiti da sera, io fui il solo a
non portare il bicchiere alle labbra per ilsolito brindisi alla Regina.Vita
avventurosa e misera. Dopo tre o quattro mesi la Mamma si ammalò gravementedi
un'infezione ai reni pericolosa. Io, senza un soldo, mi sentivo una
granderesponsabilità e tornammo in Italia con le pive nel sacco. Eravamo
partiti trionfalmente.Non finii nemmeno l'anno a Leeds. Per me la più grande
sconfitta sarebbe stata di doverriportare la Mamma a casa sua, dove il nonno
voleva ancora che ci sposassimo. Cercai
un lavoro al Consiglio d'Europa, ma alla fine accettai un lavoro con
l'Olivetti.Ci mettemmo a vivere assieme, mi occupai della Mamma e lei guarì.
Scoprii che se cisposavamo anche lei era assicurata contro le malattie e che le
pagavano i viaggi con me.Porca miseria, nel giro di un mese eravamo sposati!
Sposati in una maniera meravigliosa.Volli andare a cercare un posto dove non ci
fosse un sindaco democristiano e il primo
che trovammo fu a Vinci. C'era un sindaco comunista che, carino, si
presentò con lafusciacca tricolore e che, sapendo che la Mamma era di famiglia
tedesca, coprì con labandiera – di nuovo l'Italia! – una lapide che diceva
quanti partigiani i tedeschi avevanotrucidato nel paese di Vinci. Facemmo un
pranzo con i miei genitori, i genitori dellaMamma, suo fratello e i due
testimoni, in otto, nove persone. E poi, via! all'Orsigna per ilviaggio di
nozze.All'Olivetti cominciai col venderemacchine da scrivere. T'immagini, io
che ero dottoreandavo di casa in casa a fare il venditore! Poi feci il capo di
quelli che vendevano lemacchine da scrivere, poi il professore di quelli che
imparavano a vendere le macchine dascrivere. Finalmente fui chiamato
all'ufficio del personale a Ivrea dove lavoravo con unoche aveva preso il posto
di Furio Colombo – un mito per me, perché scriveva sui giornali
– e con quel grande scrittore italiano che si chiamava Paolo Volponi, capo
del personale.F: Vista la cultura di sinistra del tuo tempo e la vostra visione
del mondo, non tipesava andare all'Olivetti? No, ti sorprenderà. Non dico una
sciocchezza quando dico che molti della miagenerazione, laureati con 110 e
lode, finirono o nel partito comunista o all'Olivetti, perchétutti e due
offrivano qualcosa da fare nel sociale.L'Olivetti non era soltanto la fabbrica
per fare le macchine, era la fabbrica per fare lemacchine per costruire una
società in cui l'uomo vivesse a sua dimensione. I più grandiintellettuali
italiani sono passati da lì, attratti non tanto da un piccolo stipendio, quanto
dall'idea di contribuire a un grande progetto. Del gruppetto a cui io ero
legato a Pisa, inquattro o cinque, forse in sette od otto finimmo all'Olivetti,
perché l'Olivetti era l'unicaazienda che, non operando con criteri puramente
aziendali, voleva rifare la societàusando parte dei profitti fatti con le
macchine da scrivere.Finiva all'Olivetti chi non era ideologicamente legato al
partito comunista e a tutte lesue regole durissime, compresa quella di fare
scuola di partito per mesi e di versare partedi quel che guadagnava al PCI.
Perché non pensare che il comunismo sia stato soloquello che ti hanno
raccontato gli anticomunisti sugli esperimenti finiti tragicamente,come quelli
cinesi e cambogiani. Il comunismo è stato anche un grande ideale che ha
mosso milioni di persone e tanti intellettuali a sacrificarsi per migliorare
materialmentela società.Figurati che io all'Olivetti per un po', per
sperimentare, ho fatto l'operaio. Pensa, farel'operaio alla catena di montaggio
con gli operai, tu che sei dottore! Ho fatto il capo
reparto, un'altra esperienza che oggi un giovane non si immagina nemmeno.
L'idea erache bisognava avvicinarsi alla base di questa benedetta società per
capirla e dare unamano a cambiarla, che non eravamo all'Olivetti solo per
produrre le macchine, che ci
eravamo per produrre una nuova società. C'era una casa editrice, c'erano
spettacoli
teatrali, balletti, e soprattutto c'era la biblioteca con attività
culturali la sera. E lì che conla Mamma ho conosciuto Pasolini, venuto a Ivrea
a parlare agli operai. Voglio dire,l'Olivetti aveva questo sogno.F: E il voler
creare una nuova società da cosa nasceva?
T: Dal fatto che ti guardavi attorno e quella che vedevi era di merda.
Neldopoguerra il conflitto sociale era così chiaro perché era ideologicamente
esasperato.Anche in maniera sbagliata, ora mi rendo conto.
F: L'Olivetti a quell'epoca faceva solo macchine da scrivere?T: E
calcolatori. L'azienda è finita quando la globalizzazione ha fatto entrare nel
mercato le grandi aziende americane, come l'IBM, che l'hanno spazzata via.
L'Olivetti, cherinvestiva i suoi profitti nel sociale e nel culturale, ormai
non faceva più profitti perché laconcorrenza era feroce. Nel giro di pochi anni
è diventata un'azienda come tutte le altreche doveva licenziare gli operai
perché erano troppi.Dopo il mio tirocinio, l'Olivetti mi incaricò del
reclutamento di giovani brillanti per le
sue filiali all'estero. Vivemmo per alcuni mesi in Danimarca, in
Portogallo, a Francoforte,poi in Olanda dove l'Olivetti aveva comprato
un'azienda. E lì la crisi fu enorme. Miritrovai a fare il capo del personale, a
licenziare la gente, a cazziarla. Avemmo serate
durissime in cui la Mamma credo si prese anche uno schiaffo quando disse
“Perché nonti licenzi e fai il giornalista? È quello che ti piaceva”.
“E perché non faccio il presidente della Repubblica?!”Avevo perso anche
fiducia in me.
F: Ti sembrava un sogno impossibile, quello di fare il giornalista?T:
Impossibile. Come facevo a entrare nel giornalismo? Non conoscevo nessuno.La
Mamma mi diceva “Fallo, prova!”, mi spingeva perché mi vedeva infelice. Ma
questovoleva dire rinunciare a uno stipendio e ricominciare da capo. Come fare,
come?Proprio in quegli anni stavamo costruendo questa casa all'Orsigna. E forse
è statol'aspetto magico di questa casa a ridarmi fiducia. Eravamo riusciti a
farla perchérisparmiavamo su tutto. Si andava a prendere un cappuccino e
aspettavo sempre che
pagassero gli altri, al contrario di quel che ho fatto poi nella mia vita.
I soldi mi servivanoper comprare un'altra seggiola, un letto. “Ma che hai, la
dinamite in tasca?” diceva ilPassini, il simpatico amministratore dell'Olivetti
all'Aja.Poi venne l'occasione di andare in Sudafrica. Doveva essere un viaggio
breve, a visitarele filiali di Città del Capo, Durban, Port Elizabeth, Wilderness,
invece stetti molte settimane. E lì, per la prima volta, scrissi, cioè mi
sentii giornalista. T'immagini, erogiovane, ero di sinistra, ero in Africa, un
continente nuovo, cosa me ne importava a me
dell'Olivetti?Appena atterrato a Johannesburg presi una macchina e feci
tutto il giro del Sudafricada solo, feci la Garden Road risalendo fin su nel
Botswana, nel Lesotho, feci cosemeravigliose a spese dell'Olivetti. Mi
interessai immediatamente all'apartheid ed è lì chefui arrestato per la prima
volta. Una sera, della gente che ora capisco era vicina all'NDCdi Nelson
Mandela mi disse di andare a una certa stazione ferroviaria dove arrivavano
afiumane i neri ingaggiati nelle miniere d'oro e io, senza pensarci due volte,
andai. Erobianco bianco, cominciai a far fotografie e dopo pochi minuti quattro
poliziotti grandi egrossi mi hanno acchiappato e portato via.La cosa buffa è
che il giorno dopo dovevo incontrare, per conto dell'Olivetti che inSudafrica
aveva fabbriche e stabilimenti, il primo ministro Verwoerd. Sono entrato nelsuo
ufficio molto sfidante, com'è il mio solito con le autorità, e ho detto “Strano
paese,questo! Ieri quattro poliziotti mi hanno preso e mi hannosbattuto in
prigione”. “Ah, malei è molto fortunato!” rispose. “Quando io ero ministro
dell'Interno e avevo bisogno didue poliziotti spesso non riuscivo a trovarne
nemmeno uno. E lei ne ha trovati quattrotutti insieme!”Stetti in Sudafrica
diverse settimane, feci tante foto, raccolsi documenti. Tornato a Ivrea soffrii
da morire perché dopo il lavoro cercai di scrivere una serie di articolisull'apartheid
in Sudafrica, ma mi era difficilissimo, era la prima volta. Finalmente finii
questi pezzi e un giorno andammo all'edicola e scoprimmo che
sull'Astrolabio c'era“L'Africa divisa...” di Tiziano Terzani, con anche le mie
fotografie! Ero così felice checelebrammo con la Mamma in un bel ristorante del
Canavese. Eravamo felici perché
vedevamo finalmente l'apertura a un'altra cosa, la possibilità per me di
smettere diessere un funzionario aziendale.Gli articoli fecero scalpore e fu
per me un grosso successo. Ma crearono anche unenorme casino con l'ambasciata
del Sudafrica a Roma che si rese ben conto che io ero
andato a vedere il Primo Ministro “sotto false pretese”, cioè come
funzionario dell'Olivetti,mentre in realtà lo avevo intervistato per pubblicare
poi tutto quello che mi aveva detto.Sembrava che io dovessi dare le dimissioni.
Ma l'Olivetti, azienda di sinistra aperta al
mondo, liberale, non poteva evidentemente stare al ricatto del governo
sudafricano e cosìla sgabellai.Cominciò allora la mia collaborazione con
l'Astrolabio.F: Entrasti così nel giornalismo?T: No, non credevo ancora di
potercela fare. Però fu allora che nacque l'ipotesidi rifarmi una verginità
aggiungendo un altro studio al mio Scuola Normale-Leeds per potermi ripresentare
sul mercato con qualcosa che gli altri non avevano: il cinese. Chi
sapeva il cinese allora?Io volevo andare in Cina, ma mi ci volle tanto per
trovare la strada che mi ci avrebbe
portato. La fortuna me la fece trovare.F: Fu proprio la fortuna?T: Be',
avvenne una cosa favolosa. Ero stato promosso a talent scout col
compito di andare a giro per il mondo in cerca di “giovani brillanti” da
assumere per l'Olivetti. Ti basti sapere che nel giro di un anno quelli che ho
assunto se ne sono andati tutti, perché li assumevo tutti come me!Come tale, nel
1966 fui mandato a un incontro di giovani manager europei alla università Johns
Hopkins di Bologna dove si parlava di Vietnam. E io, pensa un po', che avrei
dovuto stare zitto e vedere se c'era da reclutare qualcuno di intelligente fra
i presenti, mi sono invece alzato e ho fatto un gran discorso anti americano.
Alla fine un signore è venuto da me e ha detto “Ma scusi, perché lei è così anti americano?”Bene, la fortuna della mia risposta ha determinato la mia vita.
“Forse perché non
conosco l'America. Non ci sono mai stato.”“Ci vuole venire?”Fu così che
vinsi la borsa di studio di due anni che mi ha cambiato la vita. E possibileche
la vita sia determinata da una risposta? In questo caso la mia lo è stata.Bene!
Grazie. Sicuro di aver fatto cosa gradita ti saluta il chiacchierone di turno e
tra la stima c’è sempre il rispetto dell’autore innato a fare il giornalista<Terzani
Tiziano >.
Alla prossima lettura…sempre se hai gradito, ti copierò altro materiale che
sento interessante per te! L’Isola di< Tiziano Terzani >. FOLCO…
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