sabato 14 dicembre 2013

Ciao Fulvio Terzani Tiziano >

Continuiamo il viaggio. Ciao Fulvio e non m’invento per farti credere altro che buoni autori ci sono e ci saranno finché le persone come noi ci credono ai cambiamenti. Fin qui ti chiedo solo di leggere queste poche impaginate di…, da Antonio scopiazzate per te! Buona lettura e fammi sapere che si nasce e non si diventa umano se poi non credi all’animale più intelligente del pianeta che noi conosciamo, anche se strampalata la mia la sua è concisa e autobiografica.

 Mi piace moltissimo questa idea del grande viaggio, che poi è il viaggio dellavita, ma è anche il viaggio in un'epoca.Cercherò di raccontarti questa storia al massimo della sincerità che mi sembra sial'unica vera qualità su cui tu devi poter contare. Non ci raccontiamo delle balle. Non
facciamo della letteratura. Pensa, tutta la vita ho manipolato parole, potrei manipolareparole fino a che voglio, è così facile ormai. Quello invece che mi piacerebbe riuscire araccontare è... è la verità dietro le parole. Che poi è il senso di tante cose che ho fatto.Una di queste cose m’appaiono chiare seguendo la lettura di TIZIANO: Sostanzialmente era molto semplice. Ero povero e volevo difendere i povericontro i ricchi. Ero debole e volevo difendere i deboli contro i potenti. Mi pareva chel'unico modo di farlo era di fare l'avvocato e mettermi a difendere i diritti dei poveri.F: Ma dove la vedevi tutta quest'ingiustizia tra poveri e ricchi?T: Sempre, scusami! Mio padre, i marchesi Gondi... Tutto attorno a me. Questomio padre che lavorava dalla mattina alla sera e non si arrivava in fondo al mese, oh?! Eil padre di Isa che con l'automobile veniva a pigliare la figlia, mi faceva fidanzare in casa,aveva una bella villa, e chi era?!E poi quelli erano anni di grandi conflitti sociali, Folco. Non devi dimenticare chel'Italia era sul punto di diventare comunista. La CIA, gli americani, la Chiesa hannoinvestito miliardi per manipolare le elezioni italiane. C'erano questi due campi, idemocristiani e i comunisti, l'un contro l'altro armati, al punto che nel '48 sparano aTogliatti e lì ti devo raccontare una bella storia.Mio padre, si scopre, ha il mitra!F: Il nonno col mitra?!T: Non proprio, ma c'era stato qualcosa che io non sapevo bene. Mi ricordo cheun giorno venne uno e disse “Via, ora si smura!” che voleva dire si tolgono le armi dainascondigli in cui sono state murate e si fa la rivoluzione. Non so chi fosse questo qua,ma da quel giorno il mio cuore era lì ed è sempre rimasto lì. La si pensava così allora,devi capirmi. Io, un po' perché fin da bambino avevo sentito i discorsi di mio padre,discorsi anticapitalistici, non potevo pensare che la società occidentale nella quale vivevo,e che mi piaceva anche, fosse l'unico modello per l'umanità. Il capitalismo, lademocrazia, la nostra società liberale, il modello per tutti i paesi del mondo? Ma era lafollia! La parola “globalizzazione” non esisteva nemmeno, è recentissima, è di qualcheanno fa, ma il processo era quello.Quello che vorrei cercare di spiegarti è che nella mia generazione anche chi non eramarxista-leninista, come io non lo sono mai stato – ho letto Marx come si leggeva VictorHugo, ma non sono mai stato un marxista-leninista – è stato influenzato da quellavisione del mondo che influenzava l'intera società.L'idea di fondo era questa: dopo la guerra l'Europa era distrutta e il dopoguerra eradisastroso. Povertà, città da rifare, anche a Firenze i ponti erano caduti. Bisognavacostruire la pace, trovare istituzioni che salvaguardassero l'armonia europea e lanon-più-guerra, cosa che poi è avvenuta. Certo, le idee erano importanti, ma c'era anchela materia – non a caso si parlava di materialismo storico – e questa materia, proprioperché materia, aveva le sue leggi chimiche e fisiche, le sue leggi naturali. E aveva anchele sue leggi storiche. Si pensava, cioè, che la “materia sociale” potesse essere manipolatae influenzata, così come una reazione chimica può produrre una variazione nella materiaorganica.Ora, la materia delle materie era l'uomo e la materia della materia delle materie era lasocietà. L'idea quindi era che si potesse cambiare la società. Non si aveva in mentenient'altro, almeno nella mia generazione. Penso ai miei compagni di università: eravamotutti a studiare – chi legge, chi scienze politiche, chi medicina, chi economia – percontribuire alla società. Si studiava perché ci si sentiva, come dire, incaricati di unamissione che era quella di agire sulla nostra società, malata e distrutta, ingiusta fra
l'altro, per cambiarla. Chi voleva fare l'avvocato per difendere i poveri, chi voleva fare ilpolitico, chi il diplomatico. Nessuno studiava per diventare un consulente finanziario,come fanno tanti giovani di oggi.Quella era roba che non si sapeva nemmeno che esistesse. E non era un atteggiamentoaltruista, il nostro, non la vedevamo così. Era il nostro compito. Ci sentivamo una élite,ci sentivamo privilegiati di poter studiare e ci pareva naturale, per niente ideologico,volere in qualche modo restituire alla società quel che la società ci aveva dato. Certo,facevamo anche il nostro interesse ma, ripeto, tutti studiavamo cose con le qualivolevamo contribuire alla società.A quell'epoca c'erano due grandi alternative ideologiche: Gandhi e Mao. E non potevoio, giovane, non essere affascinato da chi, con un materiale sociale così vasto, unmateriale di centinaia di milioni di persone – perché non era l'Andorra, non era la Cittàdel Sole di Campanella, era l'India, era la Cina, – non potevo, dico, non essereaffascinato, onestamente, da chi cercava di costruire una società che non fosse fondatasui criteri del profitto, del denaro, del materialismo. Per questo leggevo Gandhi, perquesto leggevo Mao.Pensa che si parlava di “ingegneria sociale”! Mao cosa faceva? Un esperimento diingegneria sociale. Come tu fai un ponte seguendo certi criteri, altrimenti casca, allostesso modo puoi rifare la società, rimetterla in piedi in qualche modo e farne una cosache non caschi. La Cina stava facendo allora il più grande esperimento di ingegneriasociale del mondo. Da qui la mia curiosità per questi fenomeni e anche l'interesse
profondo per come cambiare la società.Devi capire, Folco, che questa è anche una storia di riscatto. Io sono nato povero e hodovuto riscattare questa povertà. Non economicamente ma socialmente, con un impegno sociale. E questa è la storia della mia vita.Ma sia chiara una cosa: questo modello non è che la gente come me lo voleva trasferire in Occidente. Era pensato per il Terzo Mondo. Si parlava tanto del Terzo Mondo cheproprio in quel tempo veniva decolonizzato. Ci si identificava con il Terzo Mondo contro quello capitalista, ci si identificava con gli oppressi, con la classe dei diseredati. Faceva parte del nostro riscatto sociale. Ci si identificava con FrantzFanon in Algeria, con i suoi Dannati della terra.Era il tempo della decolonizzazione. Tu pensa cosa voleva dire! Quando Roosevelt e Churchill si incontrano a Terranova, Churchill fa di tutto perché Roosevelt entri in guerra, mentre Roosevelt non ne vuole tanto sapere. Dice “Va bene, io entro in guerra”,ma fa firmare a Churchill la clausola che, se l'America entra in guerra per aiutare laGran Bretagna contro il nazismo, alla fine della guerra la Gran Bretagna rinuncia a tuttele sue colonie. Churchill fa finta di niente, ma in cuor suo decide che non lo farà. Invecela Storia ce lo ha costretto.Questa mia generazione ha assistito alla fine dell'impero britannico, alla fine di tutte lecolonie, una dopo l'altra: quelle olandesi, quelle francesi e soprattutto quelle inglesi.Accidenti, te lo immagini! In tutto il mondo c'erano grandi rovesciamenti sociali. Ancorpiù si rafforzava in noi l'idea che se si conosceva la materia,se ne conoscevano leregole storiche si poteva intervenire per fare di queste nuove società delle società piùgiuste, più avanzate, più moderne, più socialiste, se vuoi, nel senso che ci sarebbe stata più eguaglianza, meno ingiustizia.E quanti casi, Folco! Tu non lo saprai, ma per esempio ci fu una grandissima storia in Francia che coinvolse scrittori come Henri Alleg che aveva scritto un libro famoso, La Questione, da cui venne fuori che i paracadutisti francesi torturavano i fedhain, i ribelli del Fronte di liberazione nazionale algerino.Perché anche gli algerini facevano quel che allora non si chiamava ancora terrorismo:mettevano le bombe nei caffè di Parigi. Era la guerra. Vennero fuori le prove di terribili torture che quegli assassini del generale Massou,che comandava le truppe francesi,commettevano. La Francia si rivoltò e con grande dignità, sulla spinta di intellettuali come Camus e altri, diede l'indipendenza all'Algeria.
F: Ti identifichi con le passioni del tuo tempo. Il Terzo Mondo viene decolonizzatoe là dove le potenze occidentali sgomberano si vede la possibilità di creare un nuovo tipodi società, un modello di sviluppo alternativo a quello rappresentato dall'Occidente.E l'Unione Sovietica non lo era?T: L'URSS era chiaro che era fallimentare.F: Era già chiaro allora?T: Sì, se pensi che nel 1956, al XX Congresso del PCUS, Krusciov rivela icrimini di Stalin. Seguono l'invasione dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, le rivoltenell'Est europeo. Era ovvio che l'Unione Sovietica non poteva più essere un grande ideale.F: E l'America?T: L'America era un paese orribile agli occhi dei giovani come me. C'era già laguerra in Vietnam. L'America era tutto il contrario di quello che sognavamo. Non devi poidimenticare che io sono cresciuto col Che, con Che Guevara.F: Ah, erano quei tempi lì?T: E col mito di quel barbone, avvocato di buona famiglia...F: Fidel Castro?T: Sì, che guida una banda di scalzacani contro la superpotenza Americana che appoggiava il dittatore Batista. Lo rovescia e dichiara Cuba una Repubblica socialista.Interessante, no?E ancor più interessante era quest'altro che credeva nella rivoluzione permanente e lavoleva portare in tutta l'America Latina, lui che era argentino. Finisce la rivoluzione di
Castro, Castro lo fa ministro, ambasciatore, tutto quello che vuole. Invece il Che riparte con un fucile in spalla e quattro compagni a liberare l'America Latina, dove ogni paese aveva un dittatore sostenuto dagli Stati Uniti. Sai, è per questo che i ragazzi ancora oggi,senza saperlo, hanno la sua faccia sulle loro t-shirt. Quello era un eroe! Poi la sua morteè diventata una saga. Uscirono i suoi diari. Erano la cosa più commovente che tu avessimai potuto leggere, i diari di Che Guevara. E noi siamo cresciuti con questi eroi.Scusa, Folco, devo smettere. Vado a letto,oggi non è giornata.F: Smetti, smetti. Dopo si ripiglia il discorso.Il Babbo si alza e si incammina lentamente verso la sua gompa in fondo al giardino afare un pisolino. Si stanca presto ormai, ma non abbiamo fretta. Le giornate sono lunghee senza interruzioni, il telefono è quasi sempre muto, visite non ce ne sono. Dopo
un'oretta ritorna.
T: Folco! Oh, Folco!F: Hai fatto dei bei sogni?T: “It is here, it is here, it is here. 'Se c'è il paradiso in terra, è qui, è qui, è qui!”Non nel Kashmir, non nel giardino di Shaliman.F: Chi lo diceva, qualche imperatore moghul?T: Hmm. Era stupendo, ho proprio passato un'ora bellissima.F: Allora Babbo, quando eri a Pisa conoscevi già la Mamma, no?T: Sì, ci siamo conosciuti a Firenze dopo la maturità. Lei poi è andata a studiarea Monaco in Germaniae, come avviene nelle coppie giovani, ci scrivevamo tanto. Però,sai, la vita è sempre un po' complicata e ci furono grandi crisi, tanti alti e bassi. Ungiorno io non ne potevo più. Trovavo che questo era impossibile e andai a Monaco disorpresa, dopo essermi guadagnato il biglietto del treno scrivendo centinaia di indirizziper uno stronzo di antiquario che mandava lettere ai preti: “Se avete delle seggiolevecchie, cassettoni, panche, datemele e io vi do un televisore...”Ride.F: Tu scrivevi di queste lettere?T: Solo gli indirizzi, che copiavo da un indirizzario della Curia. Poi andai aMonaco, presi il coraggio a due mani e dissi “Senti, o ci mettiamo a vivere insieme, o nonfunziona”. Così tornammo in Italia. La Mammaavevaereditato da sua nonna, la nonnahaitiana, due bellissimi anelli dell'Ottocento pieni di smeraldi e rubini che circolanoancora in famiglia. Li prendemmo, andammo al Monte di Pietà, di cui io ero esperto,come ricordi, e li mettemmo in gobbo. Ci dettero, non so, cinquantamila lire, tanti soldi, ecomprammo, grazie a un amico meccanico, una Topolino 500. La Mamma rubò da casasua due materassi, li mettemmo in macchina insieme a una chitarra e ai miei libri perscrivere la tesi di laurea, e partimmo per il mare, Marina di Massa! Come al solito, lafortuna ci aiutò. C'era lì una famiglia di marmieri che ci offrì una Casina di pescatori,vuota, in mezzo a un campo di pomodori. Due stanze e una cucina -ah! a tre chilometridal mare, un mare allora ancora selvaggio dove facevamo il bagno tutti i giorni.Mettemmo i materassi per terra, prendemmo la Topolino e andammo di qua e di là araccattare mattoni sulla spiaggia, assi di navi portate dalle onde, e ci costruimmo due
tavoli e due librerie. Ci misi i miei libri, la mia macchina da scrivere Lettera 22 e scrissila mia tesi di laurea.F: Per la quale prendesti T: E lode, sì. Ero bravissimo, scrivevo delle cazzate. Per me la laurea non era lafine di niente, era solo l'inizio. Dovevo trovare un sistema per camparci, ma non volevomettermi a lavorare come tutti gli altri, volevo fare qualcosa di diverso, volevo continuarea studiare. Ci comprammo uno di quei malloppi dell'UNESCO con l'elenco di tutte leuniversità del mondo, da Timbuctu a Cambridge, e con l'aiuto della Mamma – quanto ha
lavorato la Mamma, perché io parlavo l'inglese molto male e lo scrivevo ancora peggio –mandammo decine di lettere in tutto il mondo raccontando il mio curriculum echiedendo una borsa di studio. L'unica che ci rispose fu l'università di Leeds nello
Yorkshire.Madonna, ci pareva di toccare il cielo con un dito. Ci pagavano per un anno e potevo
fare un master in diritto internazionale!Già nel mese di dicembre partimmo per l'Inghilterra rendendo estremamente infelice il
nonno Anzio, il babbo della Mamma, che voleva assolutamente che ci sposassimo prima.Fui anche avvicinato dal medico di famiglia, un amico del nonno, che mi disse “Guarda,non puoi far questo, loro ci stanno molto male”. Ma io ero rivoluzionario, non volevo
saperne. Macché sposarsi, macché istituzioni! Mandai tutti al diavolo e partimmo.A Leeds stavamo in un posto di merda. Dividevamo una di quelle casette tutte in fila,tutte uguali, in mattoni scuri, costruite durante la rivoluzione industriale, con unaprostituta che stava a pianterreno e ci mandava su il bambino quando le arrivavano iclienti, e un vecchio marinaio, Sam, che aveva perso le dita durante la Seconda guerra
mondiale perché gli si erano congelate nel mare Artico.
Il nostro mangiare era riso e ketchup. Una volta ci permettemmo di andare al mercatocon Sam a comprarci una trancia di montone australiano, sai quello congelato che sitaglia con la sega elettrica che fa -uiii! e quando lo bollimmo tutta la casa puzzava di
montone.Avevamo amici strani, tutti rivoluzionari dell'Africa, della Nigeria, del Ghana che
volevano l'indipendenza dall'Inghilterra. C'era un nigeriano che alla fine di qualsiasi
evento pubblico – conferenza, film, cena ufficiale – quando veniva intonato GodSavetheQueen, l'inno nazionale britannico, si precipitava fuori dalla sala per non doversi alzarein piedi con il resto del pubblico.F: Ah, erano proprio tempi di combattimento!T: E io imparai a scappare con lui. Una volta, alla fine di una cena importanteall'università, tutti vestiti da sera, io fui il solo a non portare il bicchiere alle labbra per ilsolito brindisi alla Regina.Vita avventurosa e misera. Dopo tre o quattro mesi la Mamma si ammalò gravementedi un'infezione ai reni pericolosa. Io, senza un soldo, mi sentivo una granderesponsabilità e tornammo in Italia con le pive nel sacco. Eravamo partiti trionfalmente.Non finii nemmeno l'anno a Leeds. Per me la più grande sconfitta sarebbe stata di doverriportare la Mamma a casa sua, dove il nonno voleva ancora che ci sposassimo. Cercai
un lavoro al Consiglio d'Europa, ma alla fine accettai un lavoro con l'Olivetti.Ci mettemmo a vivere assieme, mi occupai della Mamma e lei guarì. Scoprii che se cisposavamo anche lei era assicurata contro le malattie e che le pagavano i viaggi con me.Porca miseria, nel giro di un mese eravamo sposati! Sposati in una maniera meravigliosa.Volli andare a cercare un posto dove non ci fosse un sindaco democristiano e il primo
che trovammo fu a Vinci. C'era un sindaco comunista che, carino, si presentò con lafusciacca tricolore e che, sapendo che la Mamma era di famiglia tedesca, coprì con labandiera – di nuovo l'Italia! – una lapide che diceva quanti partigiani i tedeschi avevanotrucidato nel paese di Vinci. Facemmo un pranzo con i miei genitori, i genitori dellaMamma, suo fratello e i due testimoni, in otto, nove persone. E poi, via! all'Orsigna per ilviaggio di nozze.All'Olivetti cominciai col venderemacchine da scrivere. T'immagini, io che ero dottoreandavo di casa in casa a fare il venditore! Poi feci il capo di quelli che vendevano lemacchine da scrivere, poi il professore di quelli che imparavano a vendere le macchine dascrivere. Finalmente fui chiamato all'ufficio del personale a Ivrea dove lavoravo con unoche aveva preso il posto di Furio Colombo – un mito per me, perché scriveva sui giornali
– e con quel grande scrittore italiano che si chiamava Paolo Volponi, capo del personale.F: Vista la cultura di sinistra del tuo tempo e la vostra visione del mondo, non tipesava andare all'Olivetti? No, ti sorprenderà. Non dico una sciocchezza quando dico che molti della miagenerazione, laureati con 110 e lode, finirono o nel partito comunista o all'Olivetti, perchétutti e due offrivano qualcosa da fare nel sociale.L'Olivetti non era soltanto la fabbrica per fare le macchine, era la fabbrica per fare lemacchine per costruire una società in cui l'uomo vivesse a sua dimensione. I più grandiintellettuali italiani sono passati da lì, attratti non tanto da un piccolo stipendio, quanto


dall'idea di contribuire a un grande progetto. Del gruppetto a cui io ero legato a Pisa, inquattro o cinque, forse in sette od otto finimmo all'Olivetti, perché l'Olivetti era l'unicaazienda che, non operando con criteri puramente aziendali, voleva rifare la societàusando parte dei profitti fatti con le macchine da scrivere.Finiva all'Olivetti chi non era ideologicamente legato al partito comunista e a tutte lesue regole durissime, compresa quella di fare scuola di partito per mesi e di versare partedi quel che guadagnava al PCI. Perché non pensare che il comunismo sia stato soloquello che ti hanno raccontato gli anticomunisti sugli esperimenti finiti tragicamente,come quelli cinesi e cambogiani. Il comunismo è stato anche un grande ideale che ha
mosso milioni di persone e tanti intellettuali a sacrificarsi per migliorare materialmentela società.Figurati che io all'Olivetti per un po', per sperimentare, ho fatto l'operaio. Pensa, farel'operaio alla catena di montaggio con gli operai, tu che sei dottore! Ho fatto il capo
reparto, un'altra esperienza che oggi un giovane non si immagina nemmeno. L'idea erache bisognava avvicinarsi alla base di questa benedetta società per capirla e dare unamano a cambiarla, che non eravamo all'Olivetti solo per produrre le macchine, che ci
eravamo per produrre una nuova società. C'era una casa editrice, c'erano spettacoli
teatrali, balletti, e soprattutto c'era la biblioteca con attività culturali la sera. E lì che conla Mamma ho conosciuto Pasolini, venuto a Ivrea a parlare agli operai. Voglio dire,l'Olivetti aveva questo sogno.F: E il voler creare una nuova società da cosa nasceva?
T: Dal fatto che ti guardavi attorno e quella che vedevi era di merda. Neldopoguerra il conflitto sociale era così chiaro perché era ideologicamente esasperato.Anche in maniera sbagliata, ora mi rendo conto.
F: L'Olivetti a quell'epoca faceva solo macchine da scrivere?T: E calcolatori. L'azienda è finita quando la globalizzazione ha fatto entrare nel
mercato le grandi aziende americane, come l'IBM, che l'hanno spazzata via. L'Olivetti, cherinvestiva i suoi profitti nel sociale e nel culturale, ormai non faceva più profitti perché laconcorrenza era feroce. Nel giro di pochi anni è diventata un'azienda come tutte le altreche doveva licenziare gli operai perché erano troppi.Dopo il mio tirocinio, l'Olivetti mi incaricò del reclutamento di giovani brillanti per le
sue filiali all'estero. Vivemmo per alcuni mesi in Danimarca, in Portogallo, a Francoforte,poi in Olanda dove l'Olivetti aveva comprato un'azienda. E lì la crisi fu enorme. Miritrovai a fare il capo del personale, a licenziare la gente, a cazziarla. Avemmo serate
durissime in cui la Mamma credo si prese anche uno schiaffo quando disse “Perché nonti licenzi e fai il giornalista? È quello che ti piaceva”.
“E perché non faccio il presidente della Repubblica?!”Avevo perso anche fiducia in me.
F: Ti sembrava un sogno impossibile, quello di fare il giornalista?T: Impossibile. Come facevo a entrare nel giornalismo? Non conoscevo nessuno.La Mamma mi diceva “Fallo, prova!”, mi spingeva perché mi vedeva infelice. Ma questovoleva dire rinunciare a uno stipendio e ricominciare da capo. Come fare, come?Proprio in quegli anni stavamo costruendo questa casa all'Orsigna. E forse è statol'aspetto magico di questa casa a ridarmi fiducia. Eravamo riusciti a farla perchérisparmiavamo su tutto. Si andava a prendere un cappuccino e aspettavo sempre che
pagassero gli altri, al contrario di quel che ho fatto poi nella mia vita. I soldi mi servivanoper comprare un'altra seggiola, un letto. “Ma che hai, la dinamite in tasca?” diceva ilPassini, il simpatico amministratore dell'Olivetti all'Aja.Poi venne l'occasione di andare in Sudafrica. Doveva essere un viaggio breve, a visitarele filiali di Città del Capo, Durban, Port Elizabeth, Wilderness, invece stetti molte settimane. E lì, per la prima volta, scrissi, cioè mi sentii giornalista. T'immagini, erogiovane, ero di sinistra, ero in Africa, un continente nuovo, cosa me ne importava a me
dell'Olivetti?Appena atterrato a Johannesburg presi una macchina e feci tutto il giro del Sudafricada solo, feci la Garden Road risalendo fin su nel Botswana, nel Lesotho, feci cosemeravigliose a spese dell'Olivetti. Mi interessai immediatamente all'apartheid ed è lì chefui arrestato per la prima volta. Una sera, della gente che ora capisco era vicina all'NDCdi Nelson Mandela mi disse di andare a una certa stazione ferroviaria dove arrivavano afiumane i neri ingaggiati nelle miniere d'oro e io, senza pensarci due volte, andai. Erobianco bianco, cominciai a far fotografie e dopo pochi minuti quattro poliziotti grandi egrossi mi hanno acchiappato e portato via.La cosa buffa è che il giorno dopo dovevo incontrare, per conto dell'Olivetti che inSudafrica aveva fabbriche e stabilimenti, il primo ministro Verwoerd. Sono entrato nelsuo ufficio molto sfidante, com'è il mio solito con le autorità, e ho detto “Strano paese,questo! Ieri quattro poliziotti mi hanno preso e mi hannosbattuto in prigione”. “Ah, malei è molto fortunato!” rispose. “Quando io ero ministro dell'Interno e avevo bisogno didue poliziotti spesso non riuscivo a trovarne nemmeno uno. E lei ne ha trovati quattrotutti insieme!”Stetti in Sudafrica diverse settimane, feci tante foto, raccolsi documenti. Tornato a Ivrea soffrii da morire perché dopo il lavoro cercai di scrivere una serie di articolisull'apartheid in Sudafrica, ma mi era difficilissimo, era la prima volta. Finalmente finii
questi pezzi e un giorno andammo all'edicola e scoprimmo che sull'Astrolabio c'era“L'Africa divisa...” di Tiziano Terzani, con anche le mie fotografie! Ero così felice checelebrammo con la Mamma in un bel ristorante del Canavese. Eravamo felici perché
vedevamo finalmente l'apertura a un'altra cosa, la possibilità per me di smettere diessere un funzionario aziendale.Gli articoli fecero scalpore e fu per me un grosso successo. Ma crearono anche unenorme casino con l'ambasciata del Sudafrica a Roma che si rese ben conto che io ero
andato a vedere il Primo Ministro “sotto false pretese”, cioè come funzionario dell'Olivetti,mentre in realtà lo avevo intervistato per pubblicare poi tutto quello che mi aveva detto.Sembrava che io dovessi dare le dimissioni. Ma l'Olivetti, azienda di sinistra aperta al
mondo, liberale, non poteva evidentemente stare al ricatto del governo sudafricano e cosìla sgabellai.Cominciò allora la mia collaborazione con l'Astrolabio.F: Entrasti così nel giornalismo?T: No, non credevo ancora di potercela fare. Però fu allora che nacque l'ipotesidi rifarmi una verginità aggiungendo un altro studio al mio Scuola Normale-Leeds per potermi ripresentare sul mercato con qualcosa che gli altri non avevano: il cinese. Chi
sapeva il cinese allora?Io volevo andare in Cina, ma mi ci volle tanto per trovare la strada che mi ci avrebbe
portato. La fortuna me la fece trovare.F: Fu proprio la fortuna?T: Be', avvenne una cosa favolosa. Ero stato promosso a talent scout col
compito di andare a giro per il mondo in cerca di “giovani brillanti” da assumere per l'Olivetti. Ti basti sapere che nel giro di un anno quelli che ho assunto se ne sono andati tutti, perché li assumevo tutti come me!Come tale, nel 1966 fui mandato a un incontro di giovani manager europei alla università Johns Hopkins di Bologna dove si parlava di Vietnam. E io, pensa un po', che avrei dovuto stare zitto e vedere se c'era da reclutare qualcuno di intelligente fra i presenti, mi sono invece alzato e ho fatto un gran discorso anti americano. Alla fine un signore è venuto da me e ha detto “Ma scusi, perché lei è così anti americano?”Bene, la fortuna della mia risposta ha determinato la mia vita. “Forse perché non
conosco l'America. Non ci sono mai stato.”“Ci vuole venire?”Fu così che vinsi la borsa di studio di due anni che mi ha cambiato la vita. E possibileche la vita sia determinata da una risposta? In questo caso la mia lo è stata.Bene! Grazie. Sicuro di aver fatto cosa gradita ti saluta il chiacchierone di turno e tra la stima c’è sempre il rispetto dell’autore innato a fare il giornalista<Terzani Tiziano >.

Alla prossima lettura…sempre se hai gradito, ti copierò altro materiale che sento interessante per te! L’Isola di< Tiziano Terzani >. FOLCO…

Nessun commento:

Posta un commento