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meno, e
anche lì non era andata tanto bene, tutto sommato. Allora in Vietnam
pensavano
di fare una grande cosa che è finita per essere un'umiliazione terribile per
gli
americani,
che ancora oggi pesa su di loro.
FOLCO:
Forse la peggiore che hanno mai avuto.
TIZIANO:
Sì, sono stati sconfitti, sconfitti. Mezzo milione di uomini non ce l'hanno
fatta.
Non ce l'hanno fatta perché il popolo non li voleva. Nonostante che lì avessero
un
alleato
nel governo fantoccio del Vietnam del Sud. C'erano quelli che avevano degli
interessi
con gli americani e che morivano anche per questo. Ma la popolazione – bastava
uscire da
Saigon, dalla capitale, per rendersene conto – come poteva essere con gli
americani
che passavano con i carri armati, con gli aerei? Dall'altra parte c'erano
quegli
altri,
magri, con le vite strette come delle ballerine, che mangiavano ogni giorno
solo una
boccata
di riso e si facevano massacrare dai B-52. Come volevi che la popolazione non
fosse con
loro? Era ovvio.
Ci
fermiamo a mangiare una banana in pace? Gli passo il cestino della frutta.
Ma quella
guerra aveva anche il suo fascino. Ti immagini per tanti dei Gì americani che
venivano
da posti come l'Iowa e si ritrovavano in quel mondo, con le ragazze a go-go che
potevi
affittare per una settimana quando tornavi dal fronte? Perversione ed
esaltazione,
curiosità.
Molti si innamoravano. Molti se le sono sposate e se le sono portate in
America.
In una
città come Saigon si viveva nel semilusso delle boutique francesi, dei bei
ristoranti.
Mamma mia! La sera si mangiava in un ristorante con le griglie davanti alla
porta
perché non entrassero quelli che tiravano le bombe a mano. Si mangiava, Folco,
da
dei! Si
mangiavano delle crevettes indimenticabili, gamberi arrotolati intorno al gambo
dell'ananas.
C'era di tutto, pesce, birra, donne – quelle elegantissime ragazze in aodai – e
militari
tronfi, con le jeep con cui partivano di corsa con le scorte armate.
FOLCO:
Dev'essere molto meno romantico in Iraq adesso.
TIZIANO:
Ah sì, diverso. Non c'è niente di tutto questo. Poi non c'è rapporto con la
popolazione,
che in Iraq ti odia. I vietnamiti in fondo, sai, erano abituati agli stranieri.
I
colonialisti
francesi, i giapponesi... se ne erano scopati di tutti i colori.
Per me
era un'esperienza umana curiosissima. Io non ero coinvolto, io tornavo a casa
dal mio
palo a cui ero attaccato, ma nel frattempo mi davo da fare. Ho girato tutti i
bordelli
di Saigon. Ce n'era uno vicino all'aeroporto che si chiamava Le Chien Qui
Baise,
il cane
che tromba. Tutti i materassi erano ad acqua. Succedevano casini che non
finivano
mai perché questi ubriaconi degli americani, che saltavano sulle ragazzine
vietnamite,
a volte si incazzavano e sparavano contro il letto e tutta l'acqua usciva
fuori.
Allora,
il giorno dopo arrivava quello con il pezzetto di gomma che li riaccomodava. E
birra,
birra, birra, montagne di birra. Gli americani avevano le loro riserve di
Budweiser
con cui
si spostavano.
Poi, ogni
tanto in questi posti partiva una bomba a mano.
FOLCO:
Partivano le bombe a mano anche a Saigon?
TIZIANO:
Sì -bumm! Anche nei ristoranti si sentiva -bumm!
Erano i
vietcong, o a volte un regolamento di conti fra le bande di oppiomani che
controllavano
i bordelli. Ma sostanzialmente erano i vietcong. Quello che oggi si chiama
“terrorismo”
allora non si chiamava ancora così.
FOLCO:
Con cosa combattevano i vietcong?
TIZIANO:
Usavano gli AK-47. Non avevano carri armati nel Sud. I carri armati
arrivavano
lungo il sentiero di Ho Chi Minh, da Hanoi, dopo settimane di viaggio
attraverso
la giungla, sotto i bombardamenti continui. Armi, rifornimenti, cannoni,
munizioni,
tutto portato a spalla.
FOLCO:
Erano proprio decisi, questi vietnamiti.
TIZIANO:
Ah, erano stupendi, devo dire. Era la loro guerra d'indipendenza, capisci?
Dall'inizio
della loro storia i vietnamiti hanno sempre combattuto contro ogni tentativo di
fagocitare
la loro penisola. Devi sapere che i vietnamiti sono nell'area cinese, parlano
un
dialetto
cinese – scritto poi in maniera strana, all'europea, grazie a uno dei soliti
missionari
francesi – ma se vai nei templi del Vietnam vedi che tutto è scritto in cinese,
perché i
saggi, i colti, scrivono con i caratteri. I loro miti però narrano tutti di
eroi che
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lottano
contro la Cina imperiale e i loro monumenti sono tutti a gente che è morta
lottando
contro i cinesi. Storie bellissime. Un grande ammiraglio vietnamita blocca una
flotta
cinese infilando nel mare migliaia di pali appuntiti che stanno sott'acqua e
che i
cinesi
non vedono. Poi arrivano e -paa! si bloccano tutti. Ingegnosi, straordinari, i
vietnamiti,
con un senso della loro identità forte, fortissimo. Proprio come avviene
sempre,
no? Dovendosi distinguere accentuano le loro caratteristiche.
Alla fine
dell'Ottocento arrivano i francesi sulla spinta coloniale che porta questo
cazzo
di
Occidente a sfruttare le risorse altrui, e l'attimo in cui le navi francesi
entrano nel
porto di
Hanoi i vietnamiti cominciano a sparare. Il giorno stesso! Poi, questo va
capito
bene, i
vietnamiti hanno sparato sempre, sempre, sempre. E quella guerra è finita solo
nel 1975.
Nel 1954
gli americani, ipocriti e manipolatori, non aiutano i francesi in Indocina.
Lasciano
che vengano sconfitti e umiliati col calcio nel culo a Dien Bien Phu, poi
subentrano
al “fardello dell'uomo bianco”, ma a modo loro. Non subito con le truppe, ma
con il
loro neocolonialismo. Appoggiano un regime del Sud, che è pro-occidentale, e
introducono
il capitalismo e il consumismo. Gli Accordi di Ginevra del 1954 avevano
diviso il
paese in due parti ed erano previste elezioni che Ho Chi Minh, il presidente
comunista
del Vietnam del Nord, avrebbe ovviamente vinto. Gli americani invece,
appoggiando
il regime del Sud, impediscono al Nord di fare quel che la Storia avrebbe
voluto.
Ora
bisogna capire che il comunismo, il marxismo-leninismo, in Vietnam ancora più
che in
Cina, è un'arma ideologica che i nazionalisti usano per combattere per la loro
liberazione.
Ho Chi Minh diventa comunista a Parigi quando capisce che il
marxismo-leninismo,
praticato nell'Unione Sovietica nel suo periodo migliore – pieno di
idealismi,
subito dopo la rivoluzione – fornisce una disciplina, una durezza e una
struttura
ideologica di cui il suo paese e il suo movimento nazionalista hanno bisogno.
Chiamare
i vietnamiti comunisti è quindi un errore. I vietnamiti sono sempre stati
nazionalisti.
Questo è un fatto storico che molti miei colleghi non hanno capito, perché
vedevano
la guerra come una guerra fra comunisti e anticomunisti. Non era solo questo.
Era
l'ultima grande lotta per l'indipendenza del popolo vietnamita.
L'indipendenza
avviene nel 1975 con la presa di Saigon. Il sogno di Ho Chi Minh della
riunificazione
del Vietnam e della sua indipendenza, la cosa più importante nella storia
del
paese, si avvera. Seguono le solite tragedie, la persecuzione dei fantocci, di
quelli che
avevano
collaborato. Di tutto è avvenuto. Ma quando si guarderà indietro alla storia
del
Vietnam
si vedrà che quella guerra è stata l'ultima guerra di indipendenza e che con la
sconfitta
americana i vietnamiti hanno riconquistato la loro indipendenza.
FOLCO:
Alla fine ce l'hanno fatta a vincere!
TIZIANO:
E come potevano vincere gli altri che contavano i giorni per tornare a casa,
“fifty-three days and a wake-up”! I vietnamiti sono a casa loro, gli americani se ne
vogliono
tornare a casa, non c'è verso di vincere. E quell'intelligentissimo, diabolico
marpione
di Kissinger a un certo momento lo capisce. Nel 1973 dice al presidente
americano
“Dichiariamo che abbiamo vinto e andiamocene!” Ed è quello che fecero. Nel
'73 ci
sono gli Accordi di Parigi, il cessate il fuoco, e -via! Gli americani lasciano
Saigon e
fanno la
“vietnamizzazione” della guerra, lasciando il Sud ai sudvietnamiti.
FOLCO:
Allora, per due anni i sudvietnamiti hanno combattuto da soli contro i
comunisti?
TIZIANO:
Sì, con l'aiuto degli americani che continuavano a bombardare dall'alto.
Bravi,
no? Stavano a tre chilometri di altezza e -bumm! ammazzavano la gente.
Kissinger
viene a Saigon, mettono in piedi un regime fantoccio con Thieu che tortura,
assassina
e fa tutto quel che vuole per combattere i comunisti, e gli americani gli danno
un sacco
di armi e di soldi. Ma non ci sono più i soldati di terra americani, i Gì, a
farsi
sparare
addosso. Ora a farsi sparare addosso sono i sudvietnamiti.
Poi, nel
1975, quando il gioco sta per finire, questo Thieu va alla Banca Centrale di
Saigon,
dà ordine di portare via tutto l'oro, lo carica sul suo aereo e parte. E
vissuto per il
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resto
della sua vita tranquillamente a Londra, senza che nessuno gli rompesse i
coglioni.
Ha
lasciato il paese nel caos più totale, e ti saluto.
FOLCO: Si
è portato via anche la cassaforte del paese? E incredibile come questi quasi
sempre
riescono a farla franca.
TIZIANO:
Era un orribile personaggio. Ma quello che hanno fatto con Thieu gli
americani
lo stanno facendo ora in Iraq. Ricordati quel che ti dico: gli americani
cercheranno
di stabilire una dittatura militare in Iraq, affidando agli ex di Saddam le
torture
eccetera, mentre loro staranno fuori e tireranno un colpo quando ce ne sarà
bisogno.
Dal bosco
arriva il canto di un cuculo.
FOLCO: E
i vietcong, i guerriglieri comunisti, com'erano? Li hai mai incontrati?
TIZIANO:
Sì. Sapevamo che con il cessate il fuoco del '73 le linee dei vietcong si erano
avvicinate
a Saigon e che i vietcong occupavano larghe parti del delta del Mekong. Partii
con il
fotografo Abbas e Jean-Claude Pomonti, giornalista di Le Monde. Fu
un'avventura.
Jean-Claude
parlava bene il vietnamita e una sera ci mettemmo con le nostre jeep, l'una
con la
bandiera francese, l'altra con quella italiana, ad aspettare in mezzo a una
radura
che i
vietcong venissero a cercarci, visto che noi non potevamo cercare loro. A un
certo
momento
si avvicina un vecchio e Jean-Claude gli dice in vietnamita “Siamo giornalisti,
vogliamo
incontrare i vietcong”. E lui gli risponde in inglese “Me no ve!”
FOLCO:
Però era un vietcong?
TIZIANO:
Certo. Il primo modo di rispondere era sempre “Io non c'entro niente, io non
sono un
vietcong. Che volete da me?” Ma alla fine ci dette un appuntamento molto
preciso:
al chilometro tale della strada statale che andava verso sud dovevamo imboccare
una
strada sterrata, guidare per altri tre chilometri, mettere la macchina
all'ombra di
qualcosa,
stare attenti ai soldati governativi che potevano catturarci o spararci
addosso,
stare
attenti agli aerei che potevano bombardarci, e incamminarci lungo una piccola
diga.
Facemmo
tutto questo in pieno sole e a un certo momento sbucò dalle palme una
bambina
di forse dieci anni che ci prese in carico e ci fece camminare lungo delle
dighette
fra i
campi di riso. Capimmo allora che l'appuntamento aveva funzionato. Ci portò in
un
villaggio
e, lì, grandi accoglienze. “La stampa internazionale!” eccetera, eccetera.
FOLCO:
Erano contenti, i vietcong, di incontrare la stampa?
TIZIANO:
Porca puttana, avevano vinto la guerra con l'aiuto della stampa! E lì
rimanemmo,
credo, quattro o cinque giorni. Bellissimo. Entrammo nei rami più nascosti
del
Mekong dove la giungla gracchia, fra le mangrovie e i coccodrilli. Viaggiavamo
con
delle
piccole piroghe silenziose di villaggio in villaggio, con tutti i villaggi
assolutamente
fedeli ai
vietcong. Ragazzini, donne giovanissime con i fucili. Il nostro accompagnatore
aveva un
sacco di riso per darci da mangiare perché eravamo loro ospiti. Mangiavi le
gallette
di pasta di riso e acqua, tonde e belle, messe a seccare al sole su dei panni
bianchi –
buone, ma insomma, non i gamberi arrotolati intorno al cuore dell'ananas! – e
sviluppavi
una grande simpatia per questi qua.
E avanti,
una notte in un villaggio, una notte in un altro. Un po' di messa in scena, un
po' di
vero. Una sera assistemmo a una bellissima commedia presentata in mezzo alla
giungla,
con tende che facevano da quinte e un attore che faceva il solito soldato
americano
che veniva catturato da una donna, legato e preso a botte. Si dormiva sotto le
zanzariere
che ci eravamo portati dietro. Un silenzio... Queste notti bellissime nel delta
del
Mekong!
Dopo
alcuni giorni ci dissero che era pericoloso, che la voce che eravamo entrati
nella
loro zona
si era sparsa, che avevano trovato le automobili e dovevamo ripartire. Facemmo
a ritroso
tutta la strada. I vietcong, di guardia con i fucili, a un certo momento
dissero
“Ora
dovete farcela da soli. Non possiamo più accompagnarvi”. Comparve la bambina di
dieci
anni che ci fece fare le dighette e risbucammo sulla strada. Le macchine
c'erano
ancora e
tornammo a Saigon, i primi tre giornalisti che erano stati con i vietcong.
Avevamo
visto, parlato, fatto foto, di tutto. Foto importanti per me perché quando nel
1975
rientrai a Saigon e temetti che i nordvietnamiti mi avrebbero ammazzato, mi
misi
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una di
queste foto nelle mutande col rischio che se mi pigliavano i sud-vietnamiti,
quelli
di Thieu,
era la stessa musica: mi ammazzavano loro.
Il cuculo
canta ancora.
Fu una
bella esperienza. Di nuovo, questo andare dagli “altri”! Chi sono? Che
vogliono?
Come
vivono? Capisci che dinanzi a un'avventura così ti si apriva una finestra, no?
Una
finestra
su un mondo che non conoscevamo. Perché, come ho già detto tante volte, gli
unici
vietcong o khmer rossi che avevamo mai incontrato erano i cadaveri nei fossati
lungo le
strade. Questi invece erano vivi e vegeti: il commissario politico con una
bella
pistola,
il comandante militare, il capo della contraerea, il capo della troupe
teatrale,
quelli
che organizzavano le barche di notte con quelle lucine... Era una società che
funzionava.
La cosa
drammatica è che io avevo già allora una grande difficoltà a scrivere. Questo
ti
farà
ridere. Ritornammo da quel viaggio e dopo tre ore Jean-Claude venne a bussare
alla
mia
porta, tutto bello, lavato e stirato, per chiedere se andavo a cena. Ma io non
avevo
ancora
scritto una riga! Non scrissi una riga il giorno dopo e non scrissi una riga il
giorno
di poi.
Per tre giorni sono rimasto chiuso in camera con il sarong, davanti alla
bandiera
vietcong
che mi avevano regalato, a cercare di scrivere l'inizio di quella storia.
FOLCO: E
Jean-Claude, l'aveva già scritta?
TIZIANO:
Aveva scritto quattro articoli! Dopo tre ore aveva scritto il primo, di
presentazione,
e nei giorni successivi ne scrisse quattro o cinque altri. Alla fine ero
disperato.
Avevo questo scoop enorme, avevo la scadenza con lo Spiegel, dovevo proprio
scrivere
e ricordo la vergogna con cui cominciai il pezzo, così: “Non è il colore delle
bandiere,
non è il – che so io – è la faccia felice della gente che ti fa sentire che hai
passato
un confine...”
Insomma,
un inizio di merda!
Ride.
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