sabato 14 dicembre 2013

52 GIORNALISTI

52
GIORNALISTI
TIZIANO: Una cosa importante che devi capire è che il mio modo di operare è di leggere
tanto, leggere tanta storia. Vedrai che la mia biblioteca è piena di libri sull'Indocina e la
storia coloniale, perché era così che mi orientavo. Mi portavo dietro i libri o tornavo a
casa e leggevo.
Il fatto di oggi lo devi mettere in un contesto o non capisci niente. Per questo
prepararsi è importantissimo. Se non capisci la storia non capisci l'oggi. Se fai la cronaca
racconti delle balle, racconti quello che vedi al microscopio quando invece ci vuole il
cannocchiale. La formazione di un giornalista non è certo facile ed è per questo che sono
contro tutte le scuole di giornalismo.
Fanno il contrario di quello che dico io perché ti insegnano le tecniche, ti insegnano
come incominciare un pezzo, come finirlo bene, come mandarlo svelto. Ci vuole invece
una preparazione eclettica e quella te la devi fare da solo con una cultura che viene dalla
storia, dall'economia e che non impari nella facoltà di giornalismo. E assurdo andarci, è
come andare a scuola di poesia. Che impari? Chi ti insegna a fare il poeta?
In questo ho molto ammirato gli anglosassoni che si sono sempre preparati. Loro
vengono da una grande tradizione che mi ha colpito non soltanto nei giornalisti, ma
anche nei fotografi. Philip Jones Griffìths mi impressionò moltissimo quando andammo
insieme in Cambogia. Aveva letto tutto quello che avevo letto io, sapeva sulla Cambogia
tutto quello che sapevo io: non per scriverne, per far fotografie! E questo è grande. Infatti
è stato uno dei più grandi fotografi. Bisogna capire cosa c'è dietro ai fatti per poterli
rappresentare. La fotografìa -clic! quella la sanno fare tutti.
FOLCO: Il mestiere del giornalista veniva preso sul serio ai tuoi tempi?
TIZIANO: Sai, erano i tempi eroici del giornalismo... prima che il giornalismo,
maledettamente distrutto dalla televisione nel suo tentativo di imitarla, è stato costretto a
diventare spettacolo.
In quegli anni si scriveva davvero. Purtroppo la televisione, riducendo i tempi
dell'attenzione che l'uomo riesce ormai a dedicare a una cosa – oltre all'orribile problema,
uguale dovunque, della sovraofferta di tutti quei prodotti che sono lì a disposizione
perché tu abbia “la scelta” – ha fatto sì che i giornali siano diventati dei contenitori in cui
dentro c'è di tutto, ma solo per l'attenzione di tre minuti, come uno spot televisivo, e in
cui tutto si perde nel grande minestrone delle cose che ti arrivano dal mondo.
Oggi è impossibile scrivere cose lunghe come si scrivevano un tempo. Allora, qual è la
tendenza? Fare spettacolo. Non cercare di andare in profondità. Fare una sceneggiata: un
bigolino con la foto, una storia sbalorditiva. Basta, chiuso, non se ne parla più. Questo è
un grande svilimento anche della missione giornalistica. Credo infatti che oggi fare quello
che facevo io a quel tempo, quello che facevamo noi, sarebbe impossibile perché non c'è
lo stesso spazio.
Pensa che dal Vietnam io scrivevo anche per L'Espresso, riempiendo due pagine intere
di quel giornale allora più grande del Corriere della Sera, con una bella carta lucida e
qualche foto. Scrivevo grandi articoli in cui raccontavo tutto quello che vedevo, le mie
impressioni. Fin dall'inizio ho imparato che attraverso un piccolo episodio racconti una
grande storia, perché la storia raccontata attraverso un'esperienza personale, attraverso
il piccolo aneddoto della vita di un uomo, di un villaggio, può spiegare molto di più che se
scrivi “Ieri, seimila morti...” Seimila morti nessuno li vede, ma un morto che ha famiglia,
che ha bambini, quello impressiona.
Sai, volevo raccontare agli altri quello che gli altri non vedono, non sentono, di cui non
sentono l'odore. Lo vedi alla televisione: persino i morti non ti fanno impressione, persino
il sangue, coloratissimo, sembra quasi una cosa non vera. Ma un altro conto è se ne parli
con la partecipazione di te che lo hai visto. Questo cambia tanto le cose perché trasferisci
una tua emozione al lettore. E questo l'ho capito ben presto. L'ho imparato anche dai
grandi.
53
Fu in quegli anni che nacquero i miei miti, quelli morti e quelli vivi. Nacque il mito di
Bernardo Valli, come ti raccontavo. Nacque il mito di Jean-Claude Pomonti che leggevo
su Le Monde dal Vietnam. Era uno che conosceva bene il paese. Pensa, Jean-Claude era
andato lì da obiettore di coscienza, parlava il vietnamita benissimo, aveva sposato una
sua allieva vietnamita, stava con la famiglia vietnamita di lei. Sai, c'era dentro a quel
paese, non era uno paracadutato che stava lì per due settimane.
E poi, gente come Martin Woollacott del Guardian, che ammiravo per la sua freddezza,
per il suo modo di analizzare le cose in maniera storica, senza lasciarsi mai andare, nella
migliore maniera inglese. E alcuni grandi giornalisti americani, come David Halberstam e
gli altri che si erano messi contro la guerra, tra cui il mio antagonista e simpatico collega,
di cui sono stato l'unico grande amico perché gli americani non riuscivano a esserlo,
Sydney Schanberg del New York Times.
Li avevo letti a tavolino, nella biblioteca della Columbia University, poi vado in Vietnam
e me li trovo davanti! Jean-Claude è più giovane di me, simpatico, per niente pretenzioso,
modestissimo, sempre con le babbucce. Non portava mai le scarpe! Un altro grande, con
cui non ero mai d'accordo ma comunque grande, era Bob Shaplen. Era abbastanza di
destra, legato forse anche ai servizi segreti americani, ma un uomo di grande spessore.
Scriveva per il New Yorker, per cui ogni articolo era un grande saggio su qualche cosa.
C'era sempre da imparare e questo per me è stato importante, perché ha determinato il
modo con cui in seguito ho lavorato. Poi ho trovato la mia formula, ma questi sono stati i
miei stimoli. Essere giornalista mi pareva una grande e importante funzione e secondo
me lo sarebbe ancora se si riuscisse a fare del vero giornalismo.
Ma il problema è che tutto si è inquinato. La vicinanza al potere, la necessità della
protezione del potere hanno creato una situazione che non è più quella di un tempo, in
cui la forza del giornalismo era la sua indipendenza. Sai, una indipendenza anche
economica. Quando i giornali dipendono dalla pubblicità, come succede in Italia, e la
pubblicità è in mano a chi ha il potere politico, come puoi essere libero? Quando i
giornali sono posseduti dalle grandi aziende contro le quali non potrai mai scrivere e che
hanno i loro interessi politici, come fai a fare del vero giornalismo?
Pensa invece che Le Monde è posseduto dai giornalisti, che il New York Times è
posseduto da una vecchia famiglia che tiene moltissimo alla sua indipendenza, che il
Washington Post era posseduto da una signora di grande famiglia, di grande tradizione.
Be', questo cambia molto le cose. Molto. Infatti, sarebbe stato impossibile Watergate se il
Washington Post non fosse stato posseduto dalla signora Martha Graham, perché ci
sarebbero stati subito legami politici che rendevano necessaria la soppressione della
storia. Ed è vero che gli americani hanno perso la guerra in Vietnam anche a causa della
stampa. Perché allora c'era una stampa libera, una stampa che guardava, che vedeva,
che andava a grattare.
Quando io ho cominciato a scrivere, in Vietnam e in Cina, c'era ancora l'idea di fare del
“giornalismo investigativo”. Per esempio, c'era al comando militare di Saigon quella che
chiamavamo Thefive o 'clock folly, la follia delle cinque del pomeriggio. Ogni giorno alle
cinque si presentava un generale americano che raccontava quel che era successo nella
giornata: un attacco lì, un attacco là, una battaglia in cui erano state uccise tante
persone. Avevi due scelte: potevi, specialmente se lavoravi per un quotidiano, andare in
camera e riscrivere quel che il generale aveva detto; poi passavi la serata al bar e avevi
fatto il tuo lavoro. Oppure, curioso, prendevi il nome del villaggio, uscivi dalla conferenza
stampa e andavi a vedere se quella storia era vera.
E dove lo si fa oggi? Non lo fa più nessuno, non c'è tempo, non interessa. E questo vuol
dire tanto.
Il giornalista dev'essere uno che è, a suo modo, arrogante, uno che sente di essere
libero, di non dipendere dal potere. Qualsiasi cosa mi succedesse, anche quando fui
arrestato in Cina, io ho sempre detto “Fate, fate come volete! Poi io scrivo”. E questo
senso che hai un diritto quasi divino a raccontare la tua verità, be' sai, ti dà una grande

forza.

Nessun commento:

Posta un commento