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GIORNALISTI
TIZIANO:
Una cosa importante che devi capire è che il mio modo di operare è di leggere
tanto,
leggere tanta storia. Vedrai che la mia biblioteca è piena di libri
sull'Indocina e la
storia
coloniale, perché era così che mi orientavo. Mi portavo dietro i libri o
tornavo a
casa e
leggevo.
Il fatto
di oggi lo devi mettere in un contesto o non capisci niente. Per questo
prepararsi
è importantissimo. Se non capisci la storia non capisci l'oggi. Se fai la
cronaca
racconti
delle balle, racconti quello che vedi al microscopio quando invece ci vuole il
cannocchiale.
La formazione di un giornalista non è certo facile ed è per questo che sono
contro
tutte le scuole di giornalismo.
Fanno il
contrario di quello che dico io perché ti insegnano le tecniche, ti insegnano
come
incominciare un pezzo, come finirlo bene, come mandarlo svelto. Ci vuole invece
una
preparazione eclettica e quella te la devi fare da solo con una cultura che
viene dalla
storia,
dall'economia e che non impari nella facoltà di giornalismo. E assurdo andarci,
è
come
andare a scuola di poesia. Che impari? Chi ti insegna a fare il poeta?
In questo
ho molto ammirato gli anglosassoni che si sono sempre preparati. Loro
vengono
da una grande tradizione che mi ha colpito non soltanto nei giornalisti, ma
anche nei
fotografi. Philip Jones Griffìths mi impressionò moltissimo quando andammo
insieme
in Cambogia. Aveva letto tutto quello che avevo letto io, sapeva sulla Cambogia
tutto
quello che sapevo io: non per scriverne, per far fotografie! E questo è grande.
Infatti
è stato
uno dei più grandi fotografi. Bisogna capire cosa c'è dietro ai fatti per
poterli
rappresentare.
La fotografìa -clic! quella la sanno fare tutti.
FOLCO: Il
mestiere del giornalista veniva preso sul serio ai tuoi tempi?
TIZIANO:
Sai, erano i tempi eroici del giornalismo... prima che il giornalismo,
maledettamente
distrutto dalla televisione nel suo tentativo di imitarla, è stato costretto a
diventare
spettacolo.
In quegli
anni si scriveva davvero. Purtroppo la televisione, riducendo i tempi
dell'attenzione
che l'uomo riesce ormai a dedicare a una cosa – oltre all'orribile problema,
uguale
dovunque, della sovraofferta di tutti quei prodotti che sono lì a disposizione
perché tu
abbia “la scelta” – ha fatto sì che i giornali siano diventati dei contenitori
in cui
dentro
c'è di tutto, ma solo per l'attenzione di tre minuti, come uno spot televisivo,
e in
cui tutto
si perde nel grande minestrone delle cose che ti arrivano dal mondo.
Oggi è
impossibile scrivere cose lunghe come si scrivevano un tempo. Allora, qual è la
tendenza?
Fare spettacolo. Non cercare di andare in profondità. Fare una sceneggiata: un
bigolino
con la foto, una storia sbalorditiva. Basta, chiuso, non se ne parla più.
Questo è
un grande
svilimento anche della missione giornalistica. Credo infatti che oggi fare
quello
che
facevo io a quel tempo, quello che facevamo noi, sarebbe impossibile perché non
c'è
lo stesso
spazio.
Pensa che
dal Vietnam io scrivevo anche per L'Espresso, riempiendo due pagine intere
di quel
giornale allora più grande del Corriere della Sera, con una bella carta lucida
e
qualche
foto. Scrivevo grandi articoli in cui raccontavo tutto quello che vedevo, le
mie
impressioni.
Fin dall'inizio ho imparato che attraverso un piccolo episodio racconti una
grande
storia, perché la storia raccontata attraverso un'esperienza personale,
attraverso
il
piccolo aneddoto della vita di un uomo, di un villaggio, può spiegare molto di
più che se
scrivi
“Ieri, seimila morti...” Seimila morti nessuno li vede, ma un morto che ha
famiglia,
che ha
bambini, quello impressiona.
Sai,
volevo raccontare agli altri quello che gli altri non vedono, non sentono, di
cui non
sentono
l'odore. Lo vedi alla televisione: persino i morti non ti fanno impressione,
persino
il
sangue, coloratissimo, sembra quasi una cosa non vera. Ma un altro conto è se
ne parli
con la
partecipazione di te che lo hai visto. Questo cambia tanto le cose perché
trasferisci
una tua
emozione al lettore. E questo l'ho capito ben presto. L'ho imparato anche dai
grandi.
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Fu in
quegli anni che nacquero i miei miti, quelli morti e quelli vivi. Nacque il
mito di
Bernardo
Valli, come ti raccontavo. Nacque il mito di Jean-Claude Pomonti che leggevo
su Le
Monde dal Vietnam. Era uno che conosceva bene il paese. Pensa, Jean-Claude era
andato lì
da obiettore di coscienza, parlava il vietnamita benissimo, aveva sposato una
sua
allieva vietnamita, stava con la famiglia vietnamita di lei. Sai, c'era dentro
a quel
paese,
non era uno paracadutato che stava lì per due settimane.
E poi,
gente come Martin Woollacott del Guardian, che ammiravo per la sua freddezza,
per il
suo modo di analizzare le cose in maniera storica, senza lasciarsi mai andare,
nella
migliore
maniera inglese. E alcuni grandi giornalisti americani, come David Halberstam e
gli altri
che si erano messi contro la guerra, tra cui il mio antagonista e simpatico
collega,
di cui
sono stato l'unico grande amico perché gli americani non riuscivano a esserlo,
Sydney Schanberg del New York Times.
Li avevo
letti a tavolino, nella biblioteca della Columbia University, poi vado in
Vietnam
e me li trovo
davanti! Jean-Claude è più giovane di me, simpatico, per niente pretenzioso,
modestissimo,
sempre con le babbucce. Non portava mai le scarpe! Un altro grande, con
cui non
ero mai d'accordo ma comunque grande, era Bob Shaplen. Era abbastanza di
destra,
legato forse anche ai servizi segreti americani, ma un uomo di grande spessore.
Scriveva
per il New Yorker, per cui ogni articolo era un grande saggio su qualche cosa.
C'era
sempre da imparare e questo per me è stato importante, perché ha determinato il
modo con
cui in seguito ho lavorato. Poi ho trovato la mia formula, ma questi sono stati
i
miei
stimoli. Essere giornalista mi pareva una grande e importante funzione e
secondo
me lo
sarebbe ancora se si riuscisse a fare del vero giornalismo.
Ma il
problema è che tutto si è inquinato. La vicinanza al potere, la necessità della
protezione
del potere hanno creato una situazione che non è più quella di un tempo, in
cui la
forza del giornalismo era la sua indipendenza. Sai, una indipendenza anche
economica.
Quando i giornali dipendono dalla pubblicità, come succede in Italia, e la
pubblicità
è in mano a chi ha il potere politico, come puoi essere libero? Quando i
giornali
sono posseduti dalle grandi aziende contro le quali non potrai mai scrivere e
che
hanno i loro
interessi politici, come fai a fare del vero giornalismo?
Pensa
invece che Le Monde è posseduto dai giornalisti, che il New York Times è
posseduto
da una vecchia famiglia che tiene moltissimo alla sua indipendenza, che il
Washington
Post era posseduto da una signora di grande famiglia, di grande tradizione.
Be',
questo cambia molto le cose. Molto. Infatti, sarebbe stato impossibile
Watergate se il
Washington
Post non fosse stato posseduto dalla signora Martha Graham, perché ci
sarebbero
stati subito legami politici che rendevano necessaria la soppressione della
storia.
Ed è vero che gli americani hanno perso la guerra in Vietnam anche a causa
della
stampa.
Perché allora c'era una stampa libera, una stampa che guardava, che vedeva,
che
andava a grattare.
Quando io
ho cominciato a scrivere, in Vietnam e in Cina, c'era ancora l'idea di fare del
“giornalismo
investigativo”. Per esempio, c'era al comando militare di Saigon quella che
chiamavamo
Thefive o 'clock folly, la follia delle cinque del pomeriggio. Ogni giorno alle
cinque si
presentava un generale americano che raccontava quel che era successo nella
giornata:
un attacco lì, un attacco là, una battaglia in cui erano state uccise tante
persone.
Avevi due scelte: potevi, specialmente se lavoravi per un quotidiano, andare in
camera e
riscrivere quel che il generale aveva detto; poi passavi la serata al bar e
avevi
fatto il
tuo lavoro. Oppure, curioso, prendevi il nome del villaggio, uscivi dalla
conferenza
stampa e
andavi a vedere se quella storia era vera.
E dove lo
si fa oggi? Non lo fa più nessuno, non c'è tempo, non interessa. E questo vuol
dire
tanto.
Il
giornalista dev'essere uno che è, a suo modo, arrogante, uno che sente di
essere
libero,
di non dipendere dal potere. Qualsiasi cosa mi succedesse, anche quando fui
arrestato
in Cina, io ho sempre detto “Fate, fate come volete! Poi io scrivo”. E questo
senso che
hai un diritto quasi divino a raccontare la tua verità, be' sai, ti dà una
grande
forza.
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