54
FOLCO:
Tra giornalisti come sono i rapporti? Chiacchierate tra di voi, discutete le
diverse
analisi, vi scambiate informazioni?
TIZIANO:
C'è una grande solidarietà, quando non si è in concorrenza evidentemente, e
specialmente
in Vietnam, in Indocina, c'era una vera camaraderie. Eravamo proprio una
sorta di
tribù che aveva un grosso senso di sé e cercava di difendersi. Ricordo per
esempio
che quando la CIA cominciò a girare con macchine su cui c'era scritto PRESS,
stampa, e
dentro c'erano quelli vestiti
da
giornalisti o fotografi, con le giacche piene di tasche in cui invece della
macchina
fotografica avevano i mitra, Madonna, insorgemmo proprio! Ci fu una
protesta
con l'ambasciata americana. Avevamo il senso di essere una casta,
insomma.
Poi, i
rapporti tra le persone erano sempre complicati. Gli americani in
particolare
erano terribilmente in concorrenza tra di loro, per cui uno che
aveva una
mezza notizia non è che ne parlava a colazione. L'episodio di Sydney e
le barche
è divertente per mostrare a che punto arriva uno che vuole mantenere
l'esclusiva
della sua storia.
Ride.
Sydney Schanberg era venuto a sapere... Sai, all'ambasciata americana di Phnom
Penh
c'erano degli assassini che disegnavano quelle che si chiamavano the boxes, le
scatole.
In base allo spionaggio e alle informazioni che arrivavano dal terreno e in cui
si
diceva
“C'è una compagnia di khmer rossi nel tal punto della giungla...” loro
disegnavano
sulla
carta della Cambogia un rettangolo, chiamato the box, che i B-52 erano
autorizzati
a
bombardare a tappeto. Ora, non veniva mai controllato se in quel box c'erano,
per
esempio,
dei villaggi. E cosa succedeva? Succedeva che quelli da lassù partivano
dall'inizio
e scaricavano le loro bombe attraverso tutto il box. Uno spaventoso
bombardamento
a tappeto di cinque minuti – barn, barn, barn, barn, pun! – che alla fine
lasciava
terra bruciata. Non c'era più giungla, non c'erano più alberi, non c'erano più
villaggi.
Allora,
una volta – o il box era stato descritto male, o i B-52 avevano letto male la
sua
descrizione
– invece di bombardare una compagnia di khmer rossi bombardarono un
intero
villaggio della parte governativa, uccidendo tutti. Un massacro, un massacro!
Io non
ricordo bene come Sydney lo venne a sapere. Ma c'era un inghippo che alcuni
giornalisti
avevano scoperto, e che avevo a un certo punto usato anch'io. Siccome le
comunicazioni
a quel tempo non erano come oggi, satellitari, ma c'era un piccolo aereo
americano,
chiamato Spotter, che volava a bassa quota e trasmetteva gli ordini ai B-52,
qualcuno
aveva scoperto la frequenza con la quale questo Spotter trasmetteva ai piloti o
parlava
con l'ambasciata. Ora, le radioline portatili con cui ascoltavamo la BBC
avevano
una
lunghezza d'onda con cui si sentiva la voce del pilota dello Spotter che
parlava con
l'ambasciata,
per cui si sapeva cosa stava succedendo. Forse Sydney aveva sentito lo
Spotter
che diceva “Casino, massacro! Avete sbagliato!”
Il posto
che era stato bombardato era su un isolotto, diciamo a un centinaio di
chilometri
più in giù lungo il Mekong. Allora Sydney, sapendo che era successo qualcosa
di
gravissimo, andò subito al fiume, noleggiò una barca e pagò tutti gli altri
barcaioli
perché se
ne andassero a casa, così che altri giornalisti non potessero seguirlo e lui
avesse
l'esclusiva della storia.
FOLCO: Tu
sei andato a vedere?
TIZIANO: No,
perché quando sono arrivato al fiume le barche erano già tutte partite.
Ride.
La storia
uscì su tutti i giornali del mondo e si chiamò “il massacro di Neak Leong”.
Questo ti
dimostra l'abilità di Sydney. Era un grande giornalista, un grande e coraggioso
giornalista.
Aveva il pelo sullo stomaco.
Quando
oggi guardo alla televisione le conferenze stampa al Pentagono, mi viene
proprio
pena a vedere il servilismo, la mancanza di aggressività di questi cosiddetti
“giornalisti”
che sono semplicemente dei servi. Stanno tutti i giorni lì, seduti in quelle
poltrone,
aspettando che i potenti come Rumsfeld si presentino e dicano “Allora, Al, Sam,
Bob,
John...!” Li conoscono tutti per nome. Sydney non se ne lasciava scappare una.
Si
55
alzava in
quelle conferenze stampa dell'ambasciata americana con le domande essenziali
e
aggrediva le bugie, le menzogne che questi raccontavano. Era di grande
imbarazzo per
l'ambasciata
perché rivelava tutta la loro ipocrisia. Sai, quella era una guerra veramente
sporca.
FOLCO:
Gli americani vi raccontavano delle balle?
TIZIANO:
Gli americani ci raccontavano delle balle enormi. Durante la guerra in
Cambogia,
sarà stato il 1973-‘74, gli americani volevano convincere la stampa
occidentale
che i tre famosi capi della resistenza cambogiana, che erano tre intellettuali
di nome
Khieu Samphan, Hou Yuon e Hu Nim, più quello che si chiamava Saloth Sar e
che poi
venne fuori essere Pol Pot, erano in verità quelli che loro chiamavano the
ghosts,
fantasmi
che non esistevano, figure fittizie che non guidavano nessuna resistenza.
Secondo
loro, Khieu Samphan non esisteva, era il nome di un personaggio che cambiava
via via.
Loro lo ammazzavano e un altro prendeva quel nome. Cosa che si diceva poi
anche del
coreano Kim Il Sung, no? Si diceva che il Kim Il Sung che abbiamo conosciuto
non era
Kim Il Sung. Sì, c'è stato un tale che si chiamava Kim Il Sung, eroico, che
viene
ucciso;
un altro prende il suo posto, si chiama Kim Il Sung e muore; poi un altro
ancora
diventa
Kim Il Sung e quel Kim Il Sung diventa il presidente della Repubblica Popolare
della
Corea del Nord.
FOLCO:
Questa è divertente! Circolava una storia simile sui cinque Saddam.
TIZIANO:
Ma a quel tempo io ero andato a trovare il fratello di Khieu Samphan e quello
mi aveva
detto “No, no, mio fratello esiste. Lo so io”. Capito? Gli americani
inventavano
tante di
quelle balle! L'ambasciata già allora sfornava tutte le solite menzogne di cui
oggi
gli
americani sono diventati i grandi esperti, per questo alla fine non credevamo
neppure
a quelle
storie che non erano menzogne – come i massacri. Ci dicevano che i khmer rossi
entravano
in un villaggio controllato dai governativi e mozzavano tutte le case alla
stessa
altezza.
Ora tu dici “Ma non è possibile che mozzino le case per farle tutte uguali! Non
è
possibile,
sono balle”. Invece no, questo era vero. E allora? Incredibile, no, che questi
entrassero
nei villaggi e facessero tutte le case pari?!
Rido. Tu
dici “Ma questi sono matti!” Invece gli americani avevano ragione. Te lo
raccontavano
e questo era vero.
Finita la
guerra, nella regione di confine tra la Cambogia e la Thailandia comparvero
improvvisamente
decine di personaggi misteriosi che erano della CIA, ex missionari, tutti
anticomunisti
da morire ed erano gli stessi che avevano previsto il grande bagno di
sangue in
Vietnam, che però non era avvenuto. Perché bisogna mettere tutto in un
contesto.
Tutti questi avevano detto “Quando arrivano i comunisti, ammazzeranno tutte
le donne,
tutte le troie...” Non ammazzarono nessuno a Saigon. Non una persona. Per cui
quando
quegli strani personaggi americani incominciarono a dire che a Phnom Penh i
comunisti
ne ammazzavano di tutti i colori, uno naturalmente diceva “Ma scusa, ci avete
detto che
succedeva di là, ora dite che succede di qua...”
Uno di
questi tipi, che scriveva, sai, queste storie che i comunisti mangiavano i
bambini,
io lo avevo soprannominato Bloodbath, Bagno di Sangue.
Per
giunta c'era un missionario famoso che metteva un tavolino nei posti dove
arrivavano
i rifugiati e li intervistava. E questi raccontavano “Sì, io li ho visti
sventrare
decine di
persone. La mia nonna l'hanno uccisa così. Prendevano i bambini per una
gamba e
li sbatacchiavano contro gli alberi...” Voglio dire, ti pareva impossibile!
Poi,
questi
rifugiati, finita la testimonianza, prendevano dei quattrini perché, poverini,
non
c'avevano
niente. Ma alla testimonianza avevano assistito decine di altri, perché stavano
tutti lì
a sentire, no? Toccava al prossimo e quello raccontava le stesse storie
“Pigliano i
bambini...”
Si rìde.
Tutto era talmente sospetto e fasullo che uno come me, per natura sospettoso
di tutto
ciò che è ufficiale, non ci credeva. Invece no, lì avevano ragione. Questi
khmer
rossi
erano veramente degli assassini.
FOLCO:
Un'altra domanda che ti volevo fare, Babbo. Com'è che hai fatto il tuo lavoro?
TIZIANO:
In verità io non ho mai lavorato. Ho fatto le cose che mi piacevano e guarda
caso mi
pagavano anche! Ma non ho mai sentito il lavoro come un peso, nel senso
56
dell'alienazione:
tu vendi il tuo tempo, le tue giornate, per cui lo stipendio che ti danno è
una sorta
di ricompensa perché ti hanno rubato qualcosa. Non l'ho mai sentito così. Per
me fare
il giornalista era anche un pretesto per fare altre cose, per divertirmi.
FOLCO:
Tu, nei paesi in cui sei vissuto ti sei fatto amici, hai imparato la lingua e
spesso ti
sei anche vestito come la gente del posto. In Cina eri vestito da cinese e in
India
cominciavi
a vestirti da indiano. Come mai?
TIZIANO:
È il solito problema: non voler essere “l'altro”, non voler essere un intruso,
non voler
essere un paracadutista. Non voler essere un turista che arriva, pilucca, fa la
fotografia,
porta il regalino e scompare. Bisogna entrare! Non sai cosa vuol dire... Una
volta con
la Mamma siamo andati a Peshawar, al confine con l'Afghanistan. Tu sai che a
me
piaceva comprare tappeti, no? Attraverso i tappeti incontri un tipo, quello ti
porta a
casa sua,
ti invita a cena. Si impara tanto sul posto. E anche la ricerca dei tappeti è
divertente.
Si passa un ordine e tutta la città si mette a cercarli. Arrivano con i
cammelli,
polverosi,
e dopo li smistano. E un modo per entrare nel paese, no? E così questi paesi
acquistano
anche un aspetto umano. Questo viaggiare da giornalista non è solo un
viaggiare
alla ricerca di quattro fatti da raccontare in un pezzo. È una visione della
vita.
Tu
sentissi la gioia di essere preso in benvolere da tutta la famiglia da cui
prendi il
tappeto.
È chiaro che c'è un rapporto anche di interessi. Io compro da loro un
bellissimo
tappeto,
ma si stabilisce tra noi anche un rapporto umano. Per comprare quel tappeto
sono
stato ore a bere il tè in quello scantinato, fino a che, una sera, il mercante
ci invita
a casa
sua. La Mamma viene presa in custodia dalle sue donne che la portano nelle loro
stanze a
mangiare con loro, che le raccontano le loro storie di donne musulmane. Non è
una
straniera. E io sto con lui, parliamo.
Allora
capisci che questo lo puoi fare solo se non arrivi tra le cinque e le sei,
vestito da
diplomatico,
con la scorta. L'effetto camaleontico, scoprirai, è sempre di grande aiuto.
Perché la
prima reazione della gente è di resistenza. “Chi è questo? Che vuole? Parla
diverso,
si comporta diverso...” Ma se tu impari a salutarli – non t'immagini quanto
l'apprezza
un musulmano se lo saluti dicendo “Salam aleikum” – ti mettono subito in
un'altra
categoria, si stabilisce subito un rapporto più vero. Quello che devi
guadagnarti
è anche
la fiducia della gente e non lo puoi fare arrivando paracadutato e portando una
televisione
nuova. Non è così che funziona.
Il mio argomento
è: basta seguire un filo, anche quello dei tappeti, e capisci tanto di
più che
dai politici. Scusami, se uno vuole capire l'Italia di oggi, sta a sentire cosa
dicono
alla
televisione? Non capisce niente. Star a sentire quelli che dicono sempre le
stesse
puttanate,
non è mica l'Italia, quella! Se invece uno viaggiasse, vede l'Italia, no?
Questo
mi è
venuto d'istinto sempre: via, via! Quando il nostro cane Baolì scappò a Tokyo,
la
ricerca
di quel cane mi ha insegnato più sul Giappone di quanto ho imparato in cinque
anni di
vita nel paese: sulla burocrazia, l'organizzazione, la perfezione delle cose,
la
crudeltà,
tutto.
FOLCO:
Capire la verità di un posto non è facile.
TIZIANO:
Devo dire con grande sincerità che ho sempre disprezzato gli anglosassoni
che
pretendevano di essere obiettivi. Ma balle! Io non ho mai detto che sono un
giornalista
obiettivo, perché non lo sono. Perché nessuno lo è, anche quelli che
pretendono
di esserlo sono solo falsi e finti. Come puoi essere obiettivo? Non lo sei mai.
Perché,
come ci insegna Kurosawa nel film Rashomon, la stessa storia vista da sei
persone
diverse sono sei storie diverse. Perché il modo stesso in cui guardi un
episodio, i
dettagli
che scegli, gli odori che senti sono la tua scelta personale che influisce
moltissimo
sul tuo giudizio.
Per
giunta, perché devo pretendere di essere obiettivo? Che valore ha questa
obiettività?
E bene che il lettore sappia che non sei obiettivo, che la pensi così. Il primo
libro che
scrivo, Pelle di leopardo, è personalissimo, pieno di giudizi, pieno di
emozioni, di
sensazioni
sulla guerra. I fatti ci sono, ma gli altri fatti sono le mie emozioni. Nel
Vietnam
vuoi che
i vietcong vincano la guerra. Sei per i vietcong e non per gli americani. È
molto
più
onesto dire che sei molto soggettivo spiegando la tua soggettività, che
pretendere di
essere
obiettivo e non esserlo mai.
Nessun commento:
Posta un commento