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vecchi,
sai i geni, quelli fuori dalle regole, non fanno le solite domande “Lei quando
si è
laureato...?”
Non gliene fotte niente. Ti mette in mano un nezuké e dice “È cinese, vero?”
E tu
dici, no.
Questo
bellissimo rapporto con quel vecchio andò avanti per mesi, per tutto il periodo
in cui
stavamo a Milano. La mia opinione era che la Banca non poteva aprire una sede
in
Cina. La
Cina Popolare non era ancora riconosciuta e aprire lì voleva dire chiudersi
tutta
l'area
del Sudest asiatico. Aprire a Taiwan ancora peggio, voleva dire chiudersi la
possibilità
di aprire in Cina dopo. Suggerii di aprire a Singapore. In cuor mio già
pensavo:
se non si va in Cina, si va nella terza Cina, a Singapore.
E
Mattioli decise di aprire a Singapore. Disse “Benissimo, vai e scrivimi una
volta al
mese una
lettera in cui mi dici cosa pensi della situazione politica dei vari paesi del
Sudest
asiatico, e io al mese ti pago mille dollari”. Una porticina nella libreria si
aprì e ne
uscì un
ometto piccolo così. Si chiamava Attilio Monti, era suo cognato ed era
l'amministratore
delegato della Banca Commerciale. Mattioli disse “Guarda, questo è
arte presto per Singapore. Tu fagli un contratto in modo che lui ogni
mese
riceva, discretamente, su un conto privilegiato che gli apriamo, questi soldi”.
Tutto
fatto -poff! Avevo in tasca la promessa di Mattioli, Der Spiegel mi garantiva
altri
soldi, e
nel dicembre 1971 lasciai la Mamma a Firenze con voi due piccoli e partii,
senza
sapere
cosa mi aspettava, per Singapore, per l'Asia.
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